Io l’ho sempre pensato. Se è contro un’altra donna che combatti la guerra è ad armi pari. Ci sei tu e c’è lei. Quando il tuo nemico invece è un essere non animato, una polvere bianca che ti avvelena il sangue, l’anima… È tutto diverso. E la guerra la perdi.

O forse no, comunque la vinci.

Ma comunque non è la stessa cosa. Perché quando il tuo nemico è un’altra donna sai che puoi prendertela con lei o con lui, il tuo compagno.

Puoi urlargli in faccia la tua rabbia, puoi chiedergli spiegazioni.

Ma se al di là della trincea c’è la cocaina con chi vuoi prendertela. Lei è arrivata all’improvviso e se l’è preso giorno dopo giorno, un po’ alla volta. Notte dopo notte me ne ha ridato indietro sempre di meno. Prima poche ore, poi pochi minuti, alla fine quasi nulla.

Lui era il padre di mia figlia, era l’amore mio. L’avevo conosciuto ad una festa, su una delle tante piste da ballo delle feste che facevamo ai tempi in cui eravamo giovani, negli anni ’70. Era un ragazzo per bene, bello, di una famiglia di paese. Io ero molto giovane.

Mi ricordo ancora le mani di mia madre sulla schiena, mentre mi sistemava il vestito, il giorno delle nozze.

Mi disse: “Vedrai. Lui non è l’uomo giusto per te”. Lei è sempre stata così severa. I suoi commenti sono sempre stati dei giudizi. La sua voce è quella che ancora oggi sento al di là del telefono.

Sono adulta oggi, sono madre anch’io ma ancora mi chiama e mi dice: “Dove sei?”. È strano parlarne, non mi fa sentire a mio agio. Ma mia madre comunque per me è sempre stata un punto di riferimento.

Come quella notte, la notte in cui cambiò tutto. Da mesi mi faceva mancare tutto, non avevamo mai soldi.

Io per tutta la vita ho sempre cercato di lavorare il più possibile. Con la dignità che mi sono conquistata giorno dopo giorno ho sempre lavorato per riportare i soldi a casa. Quando ho avuto mia figlia mi sono ripromessa che mai le sarebbe mancato il pane.

Mia figlia avrebbe vissuto come ho vissuto io, in una casa dove il necessario per vivere dignitosamente non è mai mancato.

Perché a casa dei miei non ci sono mai stati eccessi, i soldi erano pochi ma erano gestiti per far star bene tutti.

Mio padre è sempre stato un uomo orgoglioso che sapeva come far stare bene tutti a casa, moglie e figli. Magari lui si privava di qualcosa ma mai far mancare qualcosa a noi.

Il mio uomo da qualche mese non era più lui. I suoi occhi cambiavano colore continuamente. Erano sempre rossi, le pupille erano spesso dilatate. Era sempre scontroso, sfuggente. Non c’era quasi mai.

E poi le notti. Le notti senza di lui erano terribili. Spesso le passavo dietro le finestre ad aspettarlo. Tornava sempre più tardi. Il sangue se l’era avvelenato con la droga.

Credo facesse uso di cocaina ma non solo.

Un giorno gli diedi dei soldi. Erano diverse centinaia di lire. La sera le cercai dove mettevamo i soldi per le bollette.

Non le ritrovai. Quando rincasò barcollava.

Gli chiesi spiegazioni. Non mi aveva mai messo le mani addosso fino ad allora.

Si alterò. Iniziò ad urlare e inveirmi contro. I suoi occhi non erano più i suoi.

Un demone era dentro di lui e gli attorcigliava le budella. Vedevo la sua faccia deformarsi. Gli usciva la bava dalla bocca. Corsi in camera, afferrai la bambina.

Era piccola. La mia bambina profumava di latte, di biscotti, di vita. Una vita che io in quel momento non gli stavo dando così come la meritava. La scelta doveva e poteva essere solo mia. Per me e per lei.

La afferrai. La avvolsi in una coperta di lana. La strinsi al petto.

Lui era sotto le scale che gridava. Non si reggeva in piedi. Sbatteva da un alto all’altro e buttava giù bottiglie e utensili, qualsiasi cosa si trovava davanti. Io dal piano di sopra sentivo i rumori.

Gli occhi di mia figlia incrociavano i miei. La tenni stretta stretta al petto. Il mio calore la fece addormentare. Era piccola, morbida.

Presi fiato, volevo nasconderla. Era piccolissima ma comunque non volevo vedesse quell’orco in cui si era trasformato suo padre.

Scesi frettolosamente le scale. Pensai ingenuamente di riuscire a sfuggirgli.

Quando mi vide con la bambina in braccio uscì totalmente di sennò. Mi trascinò per qualche metro, poi mi schiacciò con un braccio il petto.

Alzai le braccia con la bimba che all’improvviso si svegliò e si mise a piangere. Mi sentii il sangue bollire nelle vene.

Avrei dato la mia vita per proteggere quell’esserino tra le mie braccia. Quella creatura l’avevamo voluta e cercata.

Ma ora a lei dovevo pensarci io perché un demonio mi aveva rubato suo padre, se l’era portato all’inferno e me lo concedeva solo per provocarmi dolore e sofferenza.

Uscii di casa in pigiama, avvolta solo dall’amore per la mia bambina. Riuscii a farla dormire nonostante fuori fosse freddo. Il paese era al buio. In cielo c’era la luna.

La guardai. Le mancava un piccolissimo spicchio per essere piena. Pensai che sarei stata io a colmare quel suo piccolo, piccolissimo spazio. Le donai il mio coraggio e indietro ebbi la sua forza.

Sì, quella forza di cui tu parli nelle storie in cui racconti, Magda, quella che le donne spesso non sanno nemmeno di avere.

#TORNAQUI

Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita persa. Sai qual è stato uno dei peggiori?

Quello in cui tornai da mia madre. Io la sua voce nelle orecchie mentre mi stringeva l’abito da sposa alle spalle quel giorno ancora me la risentivo risuonare nelle orecchie.

“Vedrai”… Mi disse… I genitori se le sentono certe cose, no? Le capiscono prima di noi? In effetti non saprei…

Ma quel giorno io mi sentii così male. Ero mortificata, ero tornata al cospetto dei miei genitori.

Avevo perso? Non lo so. Ma io avevo la mia bambina. E lei non sarebbe cresciuta nella tristezza che avevo vissuto io per troppo tempo. Tutti hanno sempre creduto fossi una donna remissiva, debole. Forse è davvero questo quello che ha sempre pensato mia madre.

Ma io ho sempre saputo io chi sono davvero. Io sono una donna forte, dovevo solo dimostrarlo a me prima che agli altri.

Oggi mia figlia è adulta. Il padre non lo vede spesso. Quando lo incontra a volte ci litiga. Io lo so che lui non sta bene e con il tempo lo ha capito anche lei.

Questi sono equilibri delicati, che ognuno deve trovare da solo, con la propria anima e il proprio carattere. Non ho mai pensato a rifarmi una vita, a cercare un altro uomo.

Ho conosciuto altre persone, quando sono andata via di casa ero giovane, ho avuto altri ragazzi che mi hanno corteggiata. Grazie a uno di loro ho cominciato a leggere. Ho iniziato ad acquistare libri di letteratura, alcuni manuali motivazionali.

E poi un giorno ho cercato una psicoterapeuta. I soldi erano pochi, andai a quella che riceveva nel mio paese, nelle stanze della Asl. È stato tutto facile e mi è venuto tutto naturale. Con i mesi, gli anni, mi ha semplicemente portato a guardarmi davanti allo specchio.

E così un giorno è arrivato lui. Io ero uscita dalla messa della domenica, ero sola. Ricevetti una telefonata, il mio numero glielo aveva dato un’amica in comune. Io rimasi stupita, non mi imbarazzò ma trovai quel modo di fare molto azzardato. Il paese in cui vivevamo entrambi è piccolo. Non mi sono mai sentita giudicata, anzi. Ho sempre ricevuto il sostegno delle persone che mi stavano intorno.

Quando ho stretto per la prima volta le mie mani nelle sue ho capito che era arrivato il momento per cui io non sarei stata più sola.

Lui era il calore di una nuova casa, lui sarebbe stato la mia famiglia.

Sarebbe stato l’uomo da guardare negli occhi la domenica dopo pranzo quando afferrando il piatto che ti passa per mettere nel lavello ti avrebbe detto: “Lascia stare, i piatti li facciamo dopo insieme, ora vieni sul divano con me e guardiamo solo un po’ la tv”.

L’amore rassicurante da abbracciare sui sentieri dei boschi che ci circondano quando l’aria diventa pesante e si sente il bisogno di staccare.

Sarebbe stato quel pezzo che allora a me mancava per essere bella come una luminosa luna piena in un immenso cielo nero.