Quando ero piccola ogni tanto mi nascondevo dagli altri. Mi allungavo in giardino. Mi piaceva guardare da vicino le formiche, i ragnetti e tutti gli altri animaletti che gironzolavano tra l’erba verde. Passavo ore e ore a guardare il cielo.

Mi sono sempre chiesta se mi piacesse di più il verde della natura che avevo intorno, degli alberi, delle foglie, dei fili d’erba… O l’azzurro del cielo. Il verde. No. Il celeste. Ma no, il verde è più accesso, più vivace. E infatti il celeste dà pace, l’altro colore no.

Insomma, non ho mai saputo scegliere veramente tra una cosa o un’altra o forse chissà, forse mi piaceva proprio non farlo, non scegliere.

Quando ero piccola sapevo che ogni cosa sarebbe accaduta ci sarebbe stato lui.

Non c’è giorno che lui non continui a vivere dentro di me. Lo vedo nello specchio la mattina nei miei occhi, lo vedo quando guardo le mie mani sul volante oppure quando mi arrabbio. È come se ce l’avessi sempre lì, a darmi una pacca sulla spalla, come a dirmi: «Stai tranquilla, andrà comunque tutto bene».

Comunque.

Come ci sono finita qui? Mi sono persa.

Corro, sono confusa, sto male da morire. Ho l’ansia, l’affanno. E piove.

Sto male ma mi piace. Non so perché. Mi piace questa confusione, questo desiderio pazzo che sento dentro di me e che ho la sensazione di non controllare più.

No, non lo controllo più. Forse è questo quello che mi piace di più di questa storia?

Alleluja alleluja… Cantavo a quindici anni a squarciagola mentre saltavo in camera con le cuffie.

Charlie fa surf…

È questione d’equilibrio
Non è mica facile…

Come ci sono arrivata a questo punto?

Io che mi sono sempre distinta per essere quella che non sbagliava mai. E io lo so che ora sto sbagliando. Ma io non riesco a fermarmi.

L’ho conosciuto in una sessione di smart working. Io mi sento totalmente pazza di lui. Vorrei che lui mi facesse sua, che si innamorasse di me, che mi volesse fino a impazzire e che non riuscisse più a trattenersi.

Io di persona non l’ho mai visto ma oggi non vivo più se non ho quel “buongiorno” al mattino su whatsapp oppure quella richiesta di connessione su Zoom alle 14.

Mi sento come quella ragazzina che saltava in cameretta con la fronte sudata sotto i capelli arruffati mentre provava a spaccare i timpani ai vicini rompiballe. Eppure i miei anni da allora sono triplicati.

Intanto l’acqua mi scorre sulla pelle, tra i seni, sulla schiena. Mi fa quasi solletico. Il fiato è corto ma sento piano piano che i polmoni si aprono. L’aria è pulita e profuma di fiori. Faccio fatica. A tratti i rovi mi graffiano il viso.

Cosa mi spinge fino qui su? Cosa mi spinge verso di lui.

Qui tutto fa rumore. Le siepi che non resistono al vento turbolento, gli uccelli arrabbiati per essere stati disturbati, la terra per essere stata calpestata goffamente dagli scarponi ormai impregnati di fango. Eppure alle mie orecchie è tutto solo come un tonfo. Io sento distintamente solo me. Quello che ho dentro. Il mio respiro. E immagino il suo.

Lo immagino su di me, che mi prende, che entra dentro implacabile, incontenibile. Immagino le sue braccia tese, il caldo delle sue mani sul mio corpo. Lo voglio da impazzire. Il suo pensiero, il desiderio, è come se si fossero impossessati del mio cervello.

Nella mia testa c’è lui e solo lui.

Io qui non ci sarei mai voluta venire ma ci sono arrivata, come non lo so, forse un giorno lo scoprirò. Ma so che non mi fermerò e lascerò le mani di mio marito e mi aggrapperò alle sue.

A quelle di un uomo che non mi dà alcuna certezza, di cui non so praticamente nulla ma che mi fa sentire quello che non sono mai stata. Voglio sentirmi una donna tra le sue braccia e non importa quello che verrà dopo, se tutto quello che verrà mi farà sentire sbagliata o se mi dipingerà il volto di peccato.

A quello che sarà dopo non ci penso spesso. Io penso solo a lui e a quando staremo insieme la prima volta. Se poi ce ne saranno altre, chi può dirlo.

Ho passato tutta la vita a dare agli altri quello che si aspettavano da me. Nessuno mi ha obbligato ma io ho dato tutta me stessa a persone che si sono dimostrare irriconoscenti. In tutto.

Era questo quello che volevate da me? Volevate avermi per portarmi negli schemi della vostra vita quotidiana, fatta di caffè, di corse in centro e di sorrisi beffardi in cucina?

Nessuno mi ha mai chiesto: «Ma tu stai bene? Sei felice? Ce la fai ad affrontare anche questo?».

No, non me lo ha mai chiesto nessuno, perché tanto io sono quella che aggiustava sempre tutto, che alla fine la quadra la trovava sempre e che si è sempre adoperata per vedere sorrisi stampati nella faccia di tutti.

Ho paura di buttare al vento tutto quello che sono riuscita a costruire in questi anni, ho paura che i miei figli, se mai sapranno di questa mia debolezza, potranno avercela con me e potranno rimproverarmi per non aver saputo dire di no.

È la prima volta che sento di non farcela, lo voglio. È un’emozione così inaspettata e vorace.

Sento come un serpente che mi si attorciglia nel ventre e che non riesce a trovare la via d’uscita per lasciare il mio corpo. Si agita, mi fa male, mi scuote. Ma io lo sento. Mi piace avere il peccato dentro.

È solo mio.

Sento il fiato sempre più corto, più affannato, sono esausta. Sento le gambe pesanti. Cammino, corro… Ma non sto andando da nessuna parte.

Forse anche adesso avrei bisogno di lui che mi dicesse: «Tranquilla, andrà comunque tutto bene».

Ma stavolta sento che sono sola. E tutto quello che ho, sento che adesso non mi basta più.

Sto scegliendo. Voglio quell’uomo. E credo che lo avrò davvero. E non lo so se poi troverò la quadra e se saprò ancora una volta sistemare tutto.

Cuore, Corna & Confetture