Dipendenza affettiva, la lotta con Lucifero e il cambio pelle

Protagonista della settima puntata di #SottopelleIVoltidiEros, la #storia di una ragazza intrappolata in un vortice di tradimenti, abbandoni e continui ritorni.L'anima di una giovane che ha lottato contro l'indecisione con cui a lungo Lucifero l'ha torturata e che poi, quando finalmente ha vinto, si è ritrovata a combattere la guerra più importante della sua vita. Quella contro il #mostro, quello vero, un tumore.Questa sera parliamo della bellissima storia di una ragazza che ha vinto, contro tutto, e che ora ha solo voglia di VIVERE!Sponsor Tagliati X IL Successo Celano Avangarde Estetica & Parrucchieri

Pubblicato da Cuore, Corna & Confetture su Giovedì 25 giugno 2020

Protagonista della settima puntata di Sotto pelle I Volti di Eros, la storia di una ragazza intrappolata in un vortice di tradimenti, abbandoni e continui ritorni.


L’anima di una giovane che ha lottato contro l’indecisione con cui a lungo Lucifero l’ha torturata e che poi, quando finalmente ha vinto, si è ritrovata a combattere la guerra più importante della sua vita.


Quella contro il mostro, quello vero, un tumore.

È la bellissima storia di una ragazza che ha vinto, contro tutto, e che ora ha solo voglia di VIVERE!

Nel vortice

A trent’anni non ti senti più una ragazzina che può cadere in stupidi errori ma non ti senti ancora nemmeno una vera donna che può tirare dritto senza alcuna distrazione.
Nella mia vita c’era anche un fidanzato.
Io ero innamorata ma non lo so, forse credevo solo di esserlo.
Era “normale”.
E io le cose normali avevo sempre voluto e mi ero scelta.
Una delle tante sere al bar, si siede vicino a me un ragazzo che già da un po’ faceva qualche battuta divertente.
Io da quella sera sono entrata in un vortice.

Entriamo subito nel vivo ed insieme alla protagonista entriamo nel vortice per comprenderne il senso.

Un vortice ingoia portandoci sempre più in profondità: all’interno di una centrifuga senza punti fermi, si ruota perdendo lucidità e muovendosi come guidati da un pilota automatico impazzito.

Il vortice viene sempre visto come un movimento frenetico, in realtà nel momento  in cui vi entriamo giriamo sempre in tondo intorno ad un fulcro, che rappresenta il motivo, il nucleo da comprendere.

Ci si sente in movimento, come se fosse una continua, costante ed infinita corsa, ma in realtà siamo in una lunga attesa. Ce ne potremmo accorgere se solo ci fermassimo, anche solo per un attimo, a chiederci, ma cosa sto facendo? Dove sto andando?

Cosa voglio di preciso?

Se manca una chiarezza si entra nel vortice degli eventi e non si fa altro che ruotare come criceti impazziti senza capire il senso delle proprie azioni.

Jung scriveva: “Sai come il diavolo tortura le anime all’inferno? Le mantiene in attesa”. Prendiamo metaforicamente la frase e vediamo la figura del diavolo come un dia-ballein, che significa divido e seleziono, dunque come l’immagine che seleziona gli elementi per comprenderli.

Nel momento in cui mi sento costretto a pensarmi sempre e soltanto in relazione ad un altro, nel momento in cui la mia vita affettiva e il mio personale significato umano derivano da quanto l’altro è necessario, indispensabile e fonte della mia stessa vita, si crea una condizione di dipendenza affettiva.

La dipendenza in sé per sé non è nociva, è fisiologica e necessaria; per dipendenza si intende quella caratteristica psicobiologica per la quale si necessita di una controparte per esistere, per crescere e definirsi. Diventa nociva nel momento in cui scompaio in nome dell’Altro.

Il malinteso più comune è che dare significhi “cedere” qualcosa, essere privati, sacrificare. Che cosa dá una persona ad un altra? Dá se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dá una parte della sua vita.

Ciò non significa che essa necessariamente sacrifichi la sua vita, ma che le dá ciò che di più vivo ha in se per nutrirsi a vicenda.

Ma la nostra protagonista si svuota lentamente ed inesorabilmente nel dare tutto e accettare indiscriminatamente ogni azione che va oltre la prooria capacità di metabolizzarlo.

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Anni, tempo e continui ritorni

Dopo quei due anni iniziammo a litigare.
Decidemmo così di prenderci una pausa.
Dopo qualche mese mi chiamò.
Ho sempre pensato che lui fosse mio. Invece no, era diventato di un’altra.
Che lo stava per sposare.
Lui si è sposato. È nata sua figlia.
È durato pochissimo. Si sono separati. E lui è tornato da me.  
Quattro anni.
Usciva con il suo nuovo amico cocainomane.
Quando ebbi le prove mi fece talmente schifo che decisi di lasciarlo.
Ero convinta che sarebbe bastato il suo nuovo “vizio” a farmi dire una volta per tutte quel “Basta”.
Passarono due mesi e lui tornò di nuovo.
E io ancora lì.
Iniziai così a dividerlo con la ex moglie, la figlia, il nostro passato maledetto e la droga.
Avevo un serpente dentro che mi divorava.
Il vortice, ero ancora lì dentro.
E io a uscirne proprio non ci riuscivo.

Consideriamo la dipendenza affettiva come un blocco esistenziale che ci riporta costantemente al punto di partenza osservando di girare intorno, negli stessi sbagli e nei soliti meccanismi, senza poter trovare uno sbocco diverso, uno spiraglio nuovo.

Le cause del blocco esistenziale sono tre: l’amore non c’è affatto, l’amore c’è, è dirompente e ci chiede di distruggere delle vecchie categorie generando senso di colpa ed infine, il caso che interessa a noi, l’amore unidirezionale in cui si ama senza essere amati.

Nel momento l’innamoramento è vissuto come una potenza liberatoria, uno stato d’animo paradisiaco, non riusciamo a rinunciare alla persona che ha indotto quella beatitudine, che ha generato un rinascita. E allora persistiamo.

In tutti i casi si è di fronte alla necessità di risolvere un dilemma morale: so scegliere ciò che è un bene per me?

La dipendenza segnala l’incapacità momentanea nel farlo.

La frase “Avevo un serpente dentro che mi divorava” è molto rappresentativa.

Utilizziamo la disciplina dello yoga per entrare nell’immaginario di un serpente che interiormente divora.

Si usa spesso il serpente come immagine che il più delle volte incute timore, ma che ben definisce la possibilità di una energia che non muore mai del tutto, che cambia pelle e si trasforma.

Il serpente è un immaginario forte quando nasce nei nostri sogni, nell’immaginazione. È una energia con un potenziale di cambiamento altissimo.

Nelle pratiche spirituali, si parla della kundalini, termine sanscrito che identifica il sorgere di una forma di energia o meglio, di una coscienza, che rimane generalmente arrotolata alla base della nostra spina dorsale.

Si tratta della propria forza vitale ed è rappresentata proprio come un serpente. In risposta ad alcuni eventi di vita la kundalini si risveglia, si srotola.

Ciò può avvenire a poco a poco o in modo rapido ed esplosivo, innescando mesi e anni di cambiamenti.

Il serpente divora, si srotola e si fa spazio per quale preciso scopo?

Per rompere il circolo vizioso del vortice che porta la protagonista a percorrere sempre le stesse strade e ritrovarsi sempre nella stessa situazione.

Un’esplosione di cambiamento che dovrà essere affrontato e gestito.

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Non tutto viene per nuocere

Ho tirato fuori tutta la forza che avevo, ho spinto forte.
E sono uscita.
Non me lo aspettavo.
Io nemmeno lo sapevo di averla quella forza.
È venuta dal dolore ma lei quel vortice lo ha soffiato via. Non so dire quanto ho sofferto.
E proprio allora è arrivato lui.
Il mostro.
Quello vero.
È arrivato quel maledetto mostro che mi ha messo veramente alla prova, facendomi capire chi sono davvero e cosa voglio da questa mia vita.
Ho avuto un tumore.
Io sono viva e voglio solo vivere.
Oggi sono qui e sono ancora piena d’amore.

Quella forza vitale srotolata deve prepararsi alla sfida delle sfide per affermarsi.

Fu un tumore la sfida delle sfide e, paradossalmente, fu il male per eccellenza a liberarla dal vortice impazzito in cui si trovava. La mostruosità di quegli anni sembra essersi sedimentata e sembra aver preso il volto di un male incurabile, mortale.

Psichicamente, quando arriva un tumore, è impellente il bisogno di trasformazione.

Non entro in merito, ovviamente, delle cause biologiche. Mi occupo essenzialmente dell’immaginario psichico del cancro e nello specifico di una cellula impazzita ed anarchica che prende il sopravvento e sovverte il sistema portandolo alla morte.

Perché accade questo?

Perché il sistema corpo-mente è un sistema integrato e i malesseri possono diventare sintomi, dunque somatizzarsi. E possiamo somatizzare e rendere letterale anche il bisogno di far morire solo quella piccola parte di noi che ha bisogno di cambiare.

Ma che ingrandendosi investe tutto il corpo in un allarme totale.

La nostra protagonista si è fermata e ha preso su di sé il bagaglio pesante che doveva revisionare e alleggerire, buttando ciò che non aveva più senso e lasciando l’essenziale. Accogliendo il bisogno psichico e fisico di rigenerarsi, è ancora qui con noi.

LA STORIA