Un figlio

Ho sempre pensato che nella vita nulla possa essere paragonato alla nascita di un figlio. Nessuna emozione può essere paragonata a quella che si prova quando una nuova vita viene al mondo.

Ed è così per una madre, parto naturale o cesareo non importa. Non conta.

Ma anche per un padre.

Quando arriva alla luce del mondo un bambino o una bambina, un figlio, tutto quello che ti circonda passa in secondo piano.

E fino a quella mattina ho sempre creduto che questa fosse una specie di regola aurea. Nemmeno mi sono mai chiesta se al mondo ci fossero persone che la pensassero diversamente.

Tutti nella vita abbiamo amato quei momenti che ci hanno portato al centro dell’attenzione del mondo. Perlomeno del nostro, piccolo e spesso insignificante mondo.

La laurea

Alla laurea scegli il vestito nuovo. Tutti intorno a te impazziscono di gioia e fanno a botte per cercare di conquistarsi il primo posto, in prima fila, così da incrociare il tuo sguardo nel momento esatto in cui ti girerai e fisserai per sempre nel tuo cervello lo sguardo del tuo amico più caro o che ne so, di un famigliare.

Tutti a voler essere lì a condividere con te quella manciata di secondi in cui dai tuoi occhi usciranno fiamme, per quanto sei gasato. O gasata. Almeno fino a quando non apri il primo biglietto, legato con una graffetta di metallo al mazzo di fiori rossi che ti sbattono in faccia insieme alla corona d’alloro.

Anzi, quella te la mettono in testa.

«Benvenuto nel mondo dei disoccupati», leggi su quel primo biglietto.

Ma solo dopo mesi, se ti va bene, altrimenti solo dopo diversi anni, capirai davvero cosa significhino quelle parole. Intanto la tua gloria è finalmente arrivata e resterà un po’ offuscata solo da quel vino scadente che bevevi la sera quando insieme al trenta arrivava anche la lode.

Oppure da quello sfigatissimo spinello rimediato con le “calcole” avanzate ai tuoi colleghi di lettere che risalivano il fumo da chissà quale città a te sconosciuta.

Sorvolando su esami di elementari, medie, superiori magari di qualche specializzazione e anche di un paio di master, un’altra po’ di gloria arriva al matrimonio.

Il matrimonio

E sembra che quel giorno debba arrivare necessariamente con un corteo di figuranti più o meno interessati ai ca*** tuoi. Ma a chi vuoi che freghi veramente dove hai conosciuto tua moglie o tuo marito o dove vorresti davvero andare a vivere. Chi lo capisce che in realtà ti stai limitando a recitare per di più anche mediocremente una specie di mezza parte teatrale.

Eppure sono tutti lì per te. Anzi per voi. Perché la gloria del matrimonio te la devi dividere.

Come il mutuo della casa e l’auto, se non puoi permettertene due. Di tutta quella gente in realtà non ti frega assolutamente nulla se non fosse che per quel pezzo da cento euro che ti ha infilato nella bustina di carta.

Tu, quel giorno vuoi affogare e morire dolcemente solo in quello sguardo. Per la donna, quello dell’uomo che la aspetta lì all’altare commosso, pronto a giurare amore eterno.

Per l’uomo, quello della sua donna che entra dal portone della chiesa, scelta per soddisfare la mistica visione della zia o della nonna o per accontentare il prete del quartiere. Ma a lui cosa improta. Nulla. Lì c’è lei e nessun’altra.

Lui aspetta quel fascio di luce. E anche lì capisci che sono inutili tutti quei soldi spesi, tra ristorante, bomboniere, un abito da cerimonia che ti sentirai soddisfatto solo quando lo rivenderai su eBay.

Perché, diciamoci la verità, ma chi vorrebbe mai che un figlio o una figlia indossasse di nuovo quel vestito scelto in base ai gusti di chi te lo ha comprato. Che non sono certamente i tuoi.

Quando nasce un figlio è davvero tutto diverso. Non ce n’è per nessuno.

E non ti frega assolutamente niente del pubblico e di chi plaude o meno all’arrivo della nuova vita. Di quella tua nuova vita.

Nulla si può paragonare all’arrivo di un figlio.

Nemmeno la firma su un contratto a tempo indeterminato che se arrivasse ti aprirebbe le porte ai quindici giorni al mare sicuri, con pagamento anticipato della caparra per l’albergo oppure per l’acquisto di un piccolo appartamento da ristrutturare a 500 metri dalla spiaggia.

Il messaggio su Telegram

Stavo passando lo straccio. Ero nella camera da letto matrimoniale. Era un giorno di primavera e avevo le finestre aperte. Il vento avrebbe fatto asciugare prima i pavimenti. Cuffiette alle orecchie. Detersivo alla lavanda nel secchio. Amo quel profumo.

Lo conoscevo già da qualche mese. Io ero felicemente sposata. Non mi mancava niente. Forse.

Si era insidiato nella mia vita prima timidamente, provando di tanto in tanto a lanciare l’amo. Il pesce però non aveva abboccato. Esistono anche pesci furbi e scaltri che seppur spavaldi nell’attirare l’attenzione dei predatori, non si fanno agganciare e catturare. Io ero stata così. Fino ad allora. Fino a quel giorno almeno. In quel giorno lì erano già ben lontani i tempi di quella timidezza iniziale.

Mi scriveva nella chat di Telegram. Era sposato anche lui e mi aveva chiesto proprio lui di scaricare quell’applicazione. Nelle ultime settimane mi aveva proposto spesso di uscire.

Sono sincera, io già da un po’ avevo iniziato a farci un pensierino ma la verità è che sì, mi allettava che un ragazzo più giovane mi corteggiasse ma comunque sapevo che la nostra storia non avrebbe avuto alcun senso. Quindi perché cedere?

Mesi prima mi aveva “confessato” di essere in attesa dalla moglie, di un figlio.

Mamma mia… Quando me lo disse mi arrabbiai tantissimo. Non gli risposi al telefono per tanti e tanti giorni. Non mi ricordo per quanto tempo.

Chissà… Forse credevo davvero che un traditore se fa quello che fa “in tempi non sospetti” è comunque meno grave se lo fa quando la moglie è incinta.

Il suo modo di insistere però mi incuriosiva.

Perché lui se ne stava là tranquillo e non aveva mai esitazioni. Ogni tanto mi raccontava anche di come procedeva la gravidanza di sua moglie. Chiaramente ignara di tutto. Non sapeva che il marito, ovunque fosse, qualsiasi cosa stesse facendo, lo faceva con nella mente un’altra donna.

Le poesie

Nelle ultime settimane aveva iniziato anche a scrivermi delle poesie.

Ogni notte me ne mandava una.

In genere me le scriveva senza aggiungere il nome dell’autore. Io mi incuriosivo e su google andavo a cercare di volta in volta chi l’avesse scritta.

Spesso era Gabriel García Márquez ma c’era anche Dumas, Proust. Un po’ di tutto. Quella sua conoscenza della letteratura e dell’arte in generale mi affascinava tantissimo. È sempre stata una “qualità” che mi eccita di più del sesso in un uomo.

Un giorno mi fece arrivare un libro. Aveva la sua dedica sulla prima pagina. Non ricordo le parole esatte ma diceva che non riusciva più a trattenere il suo ardore per me. Una specie di sua musa ispiratrice, come l’eroina di cui raccontava il suo libro.

Ero davvero convinta che comunque tutto sarebbe finito proprio in quel giorno.

Nell’esatto momento in cui lui avrebbe ascoltato quel pianto che quasi sembra un gracchiare, che avrebbe visto quella piccola creatura tra le braccia di sua moglie. Ero convinta che lui da quel momento esatto non mi avrebbe più voluto. Anzi, cercato. Doveva essere così.

Questa cosa se da un lato mi riempiva di tristezza e malinconia perché avrebbe fatto tramontare anche la mia voglia di essere adulata e cercata ad ogni ora del giorno e della notte con i versi di qualche scrittore amato in gioventù e poi dimenticato, dall’altro mi tranquillizzava.

L’attesa del bambino

Quella storia non avrebbe mai potuto essere preoccupante più di tanto per la mia bella vita. Non mi avrebbe mai potuto davvero mettere in crisi, perché lui aspettava un bambino.

E un bambino, quando nasce, la scena se la prende tutta. E con tutta, dico tutta! Non c’è matrimonio, laurea o esame che tenga.

Quando arriva un bambino, il mondo intorno si spegne. E tu, che sia suo padre o sua madre, non puoi che inginocchiarti davanti al miracolo della vita e rispettarlo nel suo mistero.

E invece no.

Anche quella mattina Telegram fu testimone della sua stranezza.

Della follia totale di uomo che probabilmente era totalmente perso in una vita che davvero non voleva vivere.

Dimostrando così a me e a chiunque altro lo avesse mai saputo che non basta nemmeno la nascita di un figlio a redimere un’anima in pena, smarrita nelle strade senza senso della sua vita terrena.

Il messaggio su Telegram

«Io non so se ce la faccio. Tu rimani lì, vero?».

Stavo passando lo straccio sotto il lettino del mio bambino in camera. Durante la mattinata avevo pensato più volte che quello era il grande giorno ma non ne ero sicurissima, però.

Non avevo mai chiesto nulla, per non sembrare invadente o comunque particolarmente curiosa dei fatti suoi.

Ci mancò poco che il telefono non finisse nel secchio in mezzo all’acqua e al detersivo. Perché io sinceramente non me l’aspettavo proprio quel messaggio quella mattina.

Rimasi incredula. Un po’ spaventata direi ma sicuramente spaesata. I miei occhi non credevano a un’esternazione del genere. Persi le forze. Mi sedetti sul lettone, continuando a guardare la chat.

I dubbi

Non sapevo bene se rispondere. A quel punto non potevo davvero più mentire a me stessa.

Sì, ora posso dire che è vero: lo volevo anch’io…

Lo volevo ma ora sarebbe stato tutto più facile da gestire. Perché ora sapevo per certo che anche lui mi voleva. Mi amava. Senza ombra di dubbio. Era tutto più chiaro e non sarebbe potuto essere diversamente.

Perché come fa un uomo a lasciare la moglie che ha dato alla luce suo figlio pochi minuti prima, con la flebo attaccata ancora al braccio e andare nel parcheggio dell’ospedale a cercare la sua “pseudo amante”?

Per un attimo entrai nel suo corpo e guardai quella donna, il suo essere diventata mamma. Immaginai il suo odore e il calore di quel loro bambino. Piccolo. Tra le sue braccia.

Con uno stormo di gente invadente intorno a cui non sembrava che interessare altro se non a chi somigliasse la nuova creatura. Sicuramente c’era tanta luce.

E nessuno aveva notato lui. Che come un nero serpente strisciante, faceva in modo, lentamente, di scappare da quel posto e da quegli sguardi… E uscire silenziosamente dalla stanza.

Non so con quale scusa si allontanò. So solo che lo fece. Raggiunse la sua auto e davanti alla mia risposta un po’ stizzita mi chiamò. Ora me lo immagino con la fronte sudata e il cuore a mille.

Era disperato. Mi confermò parola per parola quello che mi aveva scritto nel messaggio, buttandomi in un purgatorio di sentimenti. Mi disse che mi voleva. Che voleva me.

«Ti aiuterò anch’io»

Io me ne uscii con una cosa del tipo: «Cerca di stare tranquillo, vedrai che in qualche modo tutto si sistema, ti aiuterò anch’io». Una cosa del genere.

Da quel giorno passai notti intere senza dormire. Non facevo altro che pensare a lui.

La scelta

Questa è una storia che non racconto mai a nessuno.

È successa tanti anni fa. Dopo un paio di mesi lasciò la moglie.

Un giorno mi invitò in una tavola calda e mi chiese se anch’io avessi intenzione di lasciare mio marito. Disse che i suoi sentimenti a lui erano chiarissimi: era me che voleva.

Io lo guardai. Era in piedi, davanti a me. Ancora ricordo cosa avevo messo per andarlo a incontrare. Una camicia verde. Ero sempre un po’ in imbarazzo in sua presenza. Non sapevo se riuscivo a soddisfare le sue aspettative. Al telefono mi diceva sempre che ero molto bella.

Mi piaceva innegabilmente essere corteggiata da lui. E poi lui sapeva sempre così di buono. Non metteva mai profumi particolari.

Però odorava sempre di lavanderia, di amido forse. Era un bel ragazzo.

Io sapevo di essere una donna capace di così tanta violenza. Ci sarei riuscita a reggere un uomo così.

Ci pensai qualche secondo.

Sliding Doors

Avete presente Sliding Doors? Il film?

Praticamente mi successe una cosa così.

In pochi secondi mi passarono davanti due vite parallele: una senza mio marito, la mia casa, la mia quotidianità e tutta la stabilità che ero riuscita a conquistarmi pezzo per pezzo, da sola, lottando, per tutta la vita.

L’altra, con lui.

Un uomo che aveva lasciato la moglie con un bambino di due mesi attaccato ancora al seno, per correre dietro a un sogno a cui nemmeno lui credeva probabilmente.

Perché i sentimenti che lo avevano slegato così facilmente dalla sua famiglia non erano rivolti verso di me ma verso solo se stesso. Perché lui era se stesso che amava davvero, solo lui, la sua libertà e le sue scelte.

Niente affetti sinceri.

Lui era un uomo che non permetteva a niente e a nessuno di rubargli la scena. Non lo aveva permesso nemmeno a suo figlio. Come faccio a saperlo? L’ho scoperto dopo diversi anni. Perché lo aveva già fatto un’altra volta. Anni prima.

Ho indagato su di lui. Ed è proprio così.

Ne sarei stata capace, ve lo giuro, credetemi.

Ma non lo feci. Non per me. Io lo volevo. Non lo volli “rubare” non alla moglie ma a quel suo “figlio”.

#TORNAQUI

La disintossicazione

Disintossicarmi da quei mesi di intensa “frequentazione virtuale”, con il mio amante della notte, non fu semplice. Soprattutto non fu semplice non poterne parlare con nessuno. Mi sentivo comunque una peccatrice.

Quelle chat sono ancora dentro di me. Ogni giorno. In realtà non le ho mai dimenticate. Se dovessi dire cosa manca al mio matrimonio direi che manca roba solo come quegli scritti che erano in quelle chat. Quei sogni, quelle passioni, quella voglia insaziabile che viene dal non poter avere qualcosa.

Ad ogni buon conto, sono certa di aver fatto la scelta giusta.

Sono una persona che nella vita ha già sofferto molto. Sarebbe stato solo altro dolore.

Non lo saprò mai per certo. Ma è così.