Avevo trent’anni. A trent’anni non ti senti più una ragazzina che può cadere in stupidi errori ma non ti senti ancora nemmeno una vera donna che può tirare dritto senza alcuna distrazione.

Avevo trent’anni e una vita “normale”. Avevo già una comoda e accogliente casa, avevo un lavoro e avevo tanti amici che coloravano la mia vita da sempre. Chi più, chi meno.

Nella mia vita c’era anche un fidanzato, stavamo insieme già da qualche anno. Sentivo che era molto innamorato di me. Soprattutto era molto geloso.

Io ero innamorata ma non lo so, forse credevo solo di esserlo. Ora non saprei dirlo con certezza.

Il nostro tempo insieme si concentrava nelle serate tipiche delle piccole città turistiche. Quando d’inverno non c’erano i villeggianti c’era ben poco da fare di divertente. Le uscite si somigliavano tutte: il mio ragazzo arrivava puntuale alle 21.30, suono di clacson, giretto in auto per fumare un paio di sigarette, bar con gli amici, qualche birra e poi a casa.

Dopo diversi anni anche il sesso era sempre lo stesso. Affettuoso, bello ma sicuramente non avvolgente e pieno di passione. Ma mi bastava, andava bene così. Era “normale”. E io le cose normali avevo sempre voluto e mi ero scelta.

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La nascita dell’amore

Una delle tante sere al bar, si siede vicino a me un ragazzo che già da un po’ faceva qualche battuta divertente. Avevo già notato che voleva attirare la mia attenzione, cercando in ogni modo un motivo per parlarmi o magari per farmi ridere.

Se ripenso a quella sera in particolare ancora mi sembra di sentire l’odore del balsamo nei miei capelli e quello suo forte, di tabacco, di quello che rimane addosso mischiandosi col dopobarba.

Era un ragazzo, oddio, diciamo pure un uomo, diverso. Era simpatico, aveva sempre la battuta pronta. E poi era biondo. Mi viene da sorridere mentre scrivo, perché a me i biondi non sono mai piaciuti. O meglio, fino ad allora non mi erano mai piaciuti.

Era biondo e con gli occhi azzurri. Esattamente come me. Per me però un uomo bello sarebbe dovuto essere moro e con gli occhi neri.

Entrare nel vortice

Io da quella sera sono entrata in un vortice. Sì, perché solo così posso chiamarlo. E lì dentro io ero come sballottolata tra un’emozione e un’altra, un sentimento e un altro. Chissà se riesco a spiegare davvero come mi sono sentita per tanto tempo, da allora. Da quella sera.

Iniziai a frequentare assiduamente quel posto. Ogni sera trovavo una scusa o un’altra per andare in quel bar dove sapevo che lui c’era sicuramente.

Sentivo di avere una voglia matta di vederlo, ridere con lui, stare in sua compagnia. Non mi rendevo nemmeno conto di quello che facevo. Ma io dalla mattina alla sera non facevo che pensare a come sarebbe stato rivederlo lì. A cosa ci saremo detti.

Io forse non mi ero accorta ma il mio fidanzato dell’epoca se ne accorse e come. E subito. Mi lasciò e sicuramente non fu una separazione indolore. Aveva capito che mi ero innamorata di un altro. Mi lasciò e mi consegnò senza timore il suo bagaglio di rabbia e delusione.

Le battute e le risate durarono qualche settimana. Una sera mi ritrovai in macchina con lui. Facemmo l’amore. Anche di quella sera ricordo gli odori, i sapori. Soprattutto ricordo la passione. Quella che ti offusca la mente e che poi non ti rende più lucida.

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Il vortice dell’amore

A 20, a 30 o a 40 anni.

Quando incontri quella passione non conta quanti anni hai e che esperienze ti porti dietro. A lei affidi il tuo cuore e anche i tuoi sentimenti.

A riguardarmi bene indietro posso dire con tranquillità che io facevo cose da quindicenne pazzamente innamorata. Quante nottate abbiamo passato con le gambe fuori dall’auto a guardare la luna e a scambiarci baci appassionati. Senza parlare di nulla di particolarmente importante. Solo a respirarci e a viverci.

Due anni in cui io vedevo solo lui. Vivevo per lui, per quelle sigarette e per quella luna meravigliosa che ogni sera ci aspettava nascosta dietro quelle siepi di periferia, su campi incolti dove andavano tutte le coppie del paese. Ma a noi che fregava.

Dopo quei due anni iniziammo a litigare. Facemmo una settimana a litigare su tutto. Non capivo perché ma mi sentivo esaurita, esausta. Ero diventata violenta, rancorosa. Urlavamo per cose stupidissime. Decidemmo così di prenderci una pausa.

Io ci stavo malissimo. Ho passato intere giornate a piangere. Non mangiavo. Avevo un serpente dentro che mi divorava. Mi mancava quell’amore che per me era stato tutto. A lavoro ero presente solo con il corpo. Non sorridevo più e ricordo vagamente le facce delle persone che mi chiedevano cosa avessi. Lui era stato ed era ancora tutta la mia vita.

Non ho mai amato spiegare alla gente cosa ci fosse dentro di me. Vivere in piccole realtà ti rende più esposto alle chiacchiere e ai pettegolezzi. Ho sempre evitato di dare troppa confidenza. Anche perché poi qui è facile che di confidenza se ne prendano comunque troppa.

Il primo ritorno

Dopo qualche mese mi chiamò. Come dimenticare quelle poche parole gettate lì a casaccio… Il vortice, ero ancora lì dentro e sbattevo da una parte all’altra senza protezione. Quella sera più di altre. Tra noi solo un filo del telefono. Lui ci si aggrappò trovando salvezza, a me si strinse invece intorno al collo, come un cappio.

«Sono andato una sera in discoteca e sono stato con una che veniva in classe con me», mi disse mentre non capivo se piangeva o si arrabbiava con se stesso o con lei, «l’ho messa incinta e quindi ora mi sposo».

Io ho sempre pensato che lui fosse mio. Invece no, in quei giorni, in quelle poche settimane, il mio grande amore era diventato di un’altra. Che lo stava per sposare.

È difficile dire come mi sono sentita. Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico, di ansia, la notte non dormivo. Mi ritrovavo a fissare il vuoto con la faccia piena di lacrime.

Intanto lui si è sposato. È nata sua figlia. È durato pochissimo. Si sono separati subito. E lui è tornato da me.

Ha pianto, mi ha chiesto scusa e mi ha chiesto di perdonarlo.

Io lo amavo ancora. Lui chiaramente lo sapeva.

Tornammo insieme. Ma questa volta la nostra relazione la tenemmo nascosta. Nessuno doveva sapere che eravamo tornati a frequentarci. Chissà cosa avrebbe pensato la gente. Nessuno doveva sapere, tanto meno la sua famiglia. E la mia, soprattutto.

A me stava bene. Io lui volevo, mica quello che ci girava intorno. Che mi fregava. Ero pronta a riaverlo, a prendermi i probabilissimi insulti della sua ex moglie e ero pronta anche a crescere sua figlia insieme a lui.

Quattro anni. Siamo stati insieme ancora per quattro anni.

Chiaramente “la nuova veste” del nostro rapporto aveva cambiato tante cose. Ora aveva una figlia e quindi spesso la sera arrivava quel «Stasera non passo, ho mia figlia».

Non c’è voluto molto però a capire che mentiva. Non usciva con la bimba. Usciva con il suo nuovo amico cocainomane, sempre in compagnia della sua polverina bianca.

Quando ebbi le prove mi fece talmente schifo che decisi di lasciarlo. Una sera infuriata lo riempii di insulti e lo mandai a quell’altro paese. Che sciocca. Ero convinta che sarebbe bastato il suo nuovo “vizio” a farmi dire una volta per tutte quel “Basta” che tante volte avevo sperato di farmi uscire dalla bocca per inculcarmelo per sempre dentro la testa.

Ma no, non fu così semplice.

Il secondo ritorno

Perché passarono due mesi e lui tornò di nuovo. Piangendo e disperandosi. E io ancora lì. Ma chissà, forse me lo aspettavo pure. Mentivo a me stessa.

Continuava a dirmi che mi amava e che aveva bisogno di me e del mio aiuto. Mi diceva che voleva smettere ma che non ci riusciva. La cocaina gli serviva per non pensare. Iniziai anche a sentirmi in colpa perché pensavo che lasciandolo solo avevo contribuito io a lanciarlo in quella rete di contatti a rischio.

Iniziai così a dividerlo con la ex moglie, la figlia, il nostro passato maledetto e la droga. Io lo amavo e non riuscivo a non farlo. E quel vortice continuava a girarmi tutto intorno. E io a uscirne proprio non ci riuscivo.

Ormai lo conoscevo troppo bene e anche stavolta non ci misi molto a capire che mi stava raccontando ancora tante bugie. Non lo dividevo solo con la ex moglie, la figlia, il nostro maledetto passato. Ma anche con un’altra donna che ho scoperto quasi subito che era anche incinta.

Fino alla fine ho sperato che me lo dicesse lui, che mi ammettesse che stavolta ancora più delle altre si sentisse davvero una m**** ma non fu così. Glielo dissi io una sera. Mi sentivo impazzire. Mi ricordo che urlavo. Gli ho anche sputato contro.

#TORNAQUI

Sapevo che una parte di lui mi amava, mi voleva e mi avrebbe voluta sempre. Ma non potevo permettergli di continuare a distruggermi. Io da quel vortice ci sono voluta uscire.

Uscire dal vortice

L’ho fatto. Ho tirato fuori tutta la forza che avevo, ho spinto forte. E sono uscita. Non me lo aspettavo. Io nemmeno lo sapevo di averla quella forza. È venuta dal dolore ma lei quel vortice lo ha soffiato via. Non so dire quanto ho sofferto.

Ho fatto poi una cosa strana, sicuramente insolita. Mi sono avvicinata alla sua compagna che nel frattempo gli ha dato un altro figlio.

Siamo ancora oggi amiche. E la nostra amicizia mi ha guarito da lui e da quell’amore malato che mi dava.

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La prova più dura

Mi sono rialzata e mi sono salvata. Mi ero avvicinata a un altro uomo, stavo bene ed ero pronta ad avere una famiglia, un figlio.

E proprio allora è arrivato lui. Il mostro. Quello vero. È arrivato quel maledetto mostro che mi ha messo veramente alla prova, facendomi capire chi sono davvero e cosa voglio da questa mia vita.

Ho avuto un tumore. Sono stata operata. Ho passato mesi a chiedermi perché stesse accadendo proprio a me.

A cercare di abituarmi all’idea che basta così poco per stravolgere il senso delle cose, per buttarsi giù e poi per risalire.

Può bastare giusto tanto così a spazzarti via da questa terra e la vita è un dono e per questo dobbiamo imparare ad apprezzarla così come ci viene e a passarla bene. E soprattutto a condividerla con chi ci ama. Ma ci ama davvero.

Io sono viva e voglio solo vivere.

Oggi sono qui e sono ancora piena d’amore. So che il mio cuore merita nuovi e belli sentimenti e sono convinta che lì fuori un grande amore mi sta aspettando. Arriverà la felicità, prima o poi arriverà. A volte ho pensato che Dio mi avesse dato queste sofferenze perché sa che io posso farcela a passarle tutte, una dopo l’altra.

Ora però basta.

So che non potrò mai avere figli ma io ho la gioia di donare amore già a tanti bambini che sono qui con me. È una fortuna anche questa. È bello. Merito di essere felice. E anche se sono stata costretta a rinunciare al sogno di avere un figlio so che comunque la vita saprà ripagarmi in qualche modo.