Da qualche parte, un grosso gatto nero di nome Zorba ha sospirato abbandonando una zampa al di là del davanzale. Il sole è caldo sul pelo, fuori è primavera ed è quasi difficile credere che fuori il Coronavirus mieta tante vittime. Tra queste, Luis Sepúlveda. Una triste pagina bianca, nerissima, per la letteratura. 

Quando muore uno scrittore, per usare le sue stesse parole (conoscete forse un altro modo per onorare qualcuno?): «Gli amici non muoiono e basta: “ci” muoiono, una forza atroce ci mutila della loro compagnia e poi dobbiamo continuare a vivere con quei vuoti nelle ossa».

Un vuoto in più

Abbiamo un vuoto in più, in questi giorni già vuoti, di ricalcoli delle ripartenze e riformulazioni delle speranze. Un vuoto tanto profondo quanto il suo impegno di uomo e di cittadino. 

Nato in Cile, Sepúlveda ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet.

Una vita rocambolesca, seguendo nel sangue le orme del nonno Gerardo Sepúlveda Tapia, anarchico andaluso che fuggì in America del Sud per evitare una condanna a morte.

La sua vita è già un romanzo, un incipit perfetto: nacque infatti in una camera d’albergo mentre i suoi genitori fuggivano a seguito di una denuncia – sempre per motivi politici – contro suo padre fatta dal ricco nonno materno.

In un’intervista su Repubblica, lo scrittore cileno ha raccontato come sia morto e rinato tante volte:  

«Sono morto tante volte, se è per questo. La prima quando il Cile fu stravolto dal colpo di Stato; la seconda quando mi arrestarono; la terza quando imprigionarono Carmen mia moglie; la quarta quando mi tolsero il passaporto. Potrei continuare». 

Adesso la palla passa a noi, alla nostra memoria, alla nostra capacità di leggere tra le righe, nei suoi libri, per continuare a mantenere viva la memoria di chi si è battuto per la libertà, per le parole, per l’ambiente (ha girato molto al seguito degli equipaggi di Greenpeace, per raccontarne un’altra). 

«Antonio José Bolìvar Proaño [..] tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana». 

Con l’explicit del suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, lo salutiamo.

La vita- e la letteratura- è ancora tutta qui. 

foto copertina Repubblica