Gemma, un albero, il caldo. Il desiderio, la passione e il peccato. Tutto rinchiuso in uno sguardo, anzi. In una manciata di sguardi. Sembra di essere lì e di sentire sulla pelle quel caldo torrido con l’odore del fumo delle sigarette misto a quello del cibo delle grandi abbuffate del Sud. Di toccare il fremito che un leggero pezzo di stoffa a fiori non riesce minimamente a nascondere.

Il tradimento e il matrimonio di Riccardo

L’odore di quella donna che conosce da sempre la seduzione, che ama essere conquistata e sottomessa. Che gratta la schiena sulla corteccia di un grosso albero, come un animale voglioso. È tutta lì la vita che scorre inesorabile. Quella della canzone che balla insieme agli altri invitati del matrimonio di Riccardo, “Il Sopravvissuto”.

Don’t You (Forget About Me), che ci ha già abituato ad atmosfere sentimentali, malinconiche, piene di nostalgie. Un testo nato dannato, che nessuno voleva e che poi ha sfondato regalando l’illusione di poter vivere una vita a comparti, dove tutto inizia e finisce all’interno di blocchi di esistenza e che riesce a far rimanere slegati i passaggi da uno ad un altro. Basta riuscire nella magia di chiudere i ricordi in un buio cassetto.

Andare sempre avanti, vivere la vita come si vuole. Scegliere di non resistere alle tentazioni della carne, godere del sesso e dell’onnipotenza che esplode nelle viscere quando si sa che la scelta è stata nostra e basta.

Tutto il tormento di Eva è in quella donna. La mela non c’è. Ma c’è Giulio e c’è il peccato.

Il desiderio, la passione e il peccato

«Non lasciarmi andare via, perché Io ti amo», aveva detto Gemma al suo amato Paolo sotto un albero. Qualche scena prima.

Un albero più grande e immerso nel verde. Senza lussuria e rassicurante.

Distesa con la testa sulle gambe del suo grande amore, del ragazzo della sua prima volta al quale si era concessa da adolescente, dopo aver tolto velocemente le mutandine, sul letto della casa della mamma di lui, prima di partire per Napoli. Dove una spietata zia l’avrebbe portata dopo averla violentemente allontanata da lui.

Lei che ha sfidato la sua stessa vita anche facendosi chiamare “mignotta”. Che si è stordita con la cocaina nei locali sotterranei della memorabile città partenopea viziosa degli anni ’80, dove i soldi, tanti, li faceva – ancora li fa- chi comanda. Con la droga e con il sesso.

Lei che ha preso tante botte e che poi sceglie di salvarsi scappando di notte. Indomita, invincibile.

Si salva tuffandosi negli occhioni del bimbo che poi partorisce lontano dalle scene del film. Gemma, che scappa, che tradisce, che «la dà via». Gemma che però si salva, perché è una donna.

È una donna che è piena di cicatrici. La prima, quella che segna il dolore più grande, è quella della madre fredda lì sul letto quando lei aveva ancora i capelli cotonati dal sudore delle prime pomiciate in auto con Paolo che fissando il cielo, pensando a lei, diceva ai suoi amici: «Io manco lo sapevo che esisteva un nome così».

La morte della madre, il pianto disperato, quell’uccellino che fu galeotto schiantato sul vetro della cameretta di lui che accompagnerà tutta la vita precaria di un professore che alla fine ce la fa e che insegnerà al liceo Visconti, Latino e Greco.

Insegnante di vita dei suoi studenti ai quali chiede di spiccare il volo e di volare alti. Di scegliere chi voler essere senza perire sotto il giudizio degli altri.

Desiderio, passione e peccato

Gemma e i suoi occhi bramosi, le sue carni accese e la sua voglia di tradimento.

Perché se è vero che gli opposti si attraggono come le era successo con Paolo, è vero che anche gli uguali lo fanno. E se sono grandi demoni, l’attrazione è ancora più forte e rischia il più delle volte di esser fatale. Ma non dura.

Perché Giulio puzza di fame. Ci ha provato a cambiare il mondo ma è la vita che poi in realtà ci cambia. I soldi hanno il potere di cambiare le persone. Come il benessere, il lusso e il Potere. E se cresci con i demoni in corpo, difficilmente riesci a silenziarli. Anche se ci provi per tutta la vita a domarli.

E che fine che si regala Gabriele Muccino nel suo “Gli anni più belli”…

Sta tutta lì la rinascita e il riscatto di una donna che arrivata a cinquant’anni è ancora bellissima. Quella che dopo i tagli sui polsi ha regalato al mondo un figlio col suo sorriso e che nella scena della preparazione del caffè e degli shortini, nella cucina di quella suocera invadente che ormai non c’è più, riesce a condividere l’aria a solo un centimetro con Giulio narcisista di sempre. Il solito Giulio che i demoni ancora li sente e che non è mai guarito.

Lei, Gemma, che quando lui se n’esce con un imbarazzante pentimento buttato lì con un

«Non ti ho mai dimenticata», lo guarda e gli dice:

«Io invece ho capito di aver sempre amato Paolo».

Un film bellissimo, che ci regala la paura, il riscatto, la rinascita. E che li fa passare tutti lì, attraverso una donna meravigliosa che trasforma le sue fragilità nella sua forza.

Indimenticabile la Ramazzotti nel bus che stringe a sé il figlioletto. Sembra dire al mondo che finalmente può ammirarla: «Lui è mio, l’ho fatto io, guardate di cosa sono stata capace nonostante tutto» . È lui la sua sicurezza. Che poi quella è la vera forza di ogni essere umano. Lasciare nelle vene di un’altra persona il proprio sangue.

Quello che poi non riuscirà a sottrarsi all’attrazione per quello che scorre nella figlia di Giulio. 129 minuti che mettono un sigillo sul valore amicizia, ancor più che su quello dell’amore. Che ne esce turbato dal desiderio, dalla passione e dal peccato.

Due ore che si chiudono nello sguardo perduto all’orizzonte di una magica Roma, quella che in tutta la pellicola incanta senza mai essere invadente perché i veri protagonisti rimangono sempre loro, quei quattro amici che si vogliono bene da 40 anni.

Il film si eclissa sul sorriso appagato di Paolo, Giulio e Riccardo, passando per la consapevolezza che stavolta davvero andrà tutto bene di Gemma. Ma poi si inginocchia davanti alla sua velata tristezza, che saprà sempre di nostalgia per qualcosa che non tornerà comunque mai più: “Gli anni più belli”.