Gli anni della Singletudine… Sono stati quelli della elaborazione del lutto. Le cinque fasi, bla bla bla, rigorosamente affogate ai tre cioccolati.

La morte di una relazione, vissuta a volte da vittima, a volte da omicida, è stata sempre seguita, nel mio caso, rare eccezioni a parte, da lunghe sessioni di ostinata e veterofemminista singletudine. Quelle in cui apprendi, fomentandoti con un paio di amiche incazzate pari livello, che Wish you were here, tolto il titolo apparentemente romantico, è in realtà dedicata all’assenza di Syd Barrett e ti convinci dell’aprioristica inferiorità del maschio.

Il maschio. Che negli anni della singletudine diventa il tuo oggetto di studio demo-etno-antropologico e che, come una novella Linneo, sei in grado di classificare rigorosamente.

Uno. Quello con cui hai consumato l’aperitivo la sera prima e ti manda il Buongiorno la mattina seguente, sparandosi un selfie mentre è ancora a letto.

Solitamente, il maschio uso al saluto mattutino, scrive un whatsapp del genere “Buongiorno così…” (con i puntini di sospensione). Il maschio che si autoritrae in siffatta posa, sceglie nella maggior parte dei casi un primo piano, autoscattato col pollice opponibile, mentre la parte posteriore del suo cranio è adagiata sul guanciale. Sguardo in camera alla Nouvelle Vague, occhi gonfi e volto deformato dal sonno, non manca di inquadrare un pezzo di carne, tra il collo e il pettorale, lasciata scoperta dal lenzuolo nero: quello sotto il quale trascorre le sue notti come mamma l’ha fatto. Sì, perché, single ladies di tutto il mondo unitevi, il messaggio – neanche tanto subliminale – che vuole inviarvi è concepito per resuscitare il vostro senso materno, Sono il tuo orsacchiottone assonato…, e contemporaneamente riesumare la vostra libido, … ma hai notato, me ignudo, avviluppato nelle lenzuola del peccato?

Ovviamente ha dormito con una maglietta della salute lisa, carta da zucchero scolorito, comprata a Decathlon sei anni fa. Ma… per esigenze di regia…

Due. Quello che lascia le spunte grigie.

Dunque mente e sa di mentine: come edulcorare la mancata risposta al tuo whatsapp, nascondendosi nell’angolo oscuro del beneficio del dubbio del “forse non ha letto”.

Alla domanda “Spunte grigie o blu?”, il maschio professionista del gosthing preferisce di gran lunga le prime, perché le seconde lo pongono di fronte alla responsabilità della risposta, del feedback istantaneo, ai quali, evidentemente non è pronto. Vuole del tempo, prendersela comoda, apparecchiare una scusa, sostare per un po’ in una zona grigia, guarda caso, che poi gli permetterà di riscriverti, appena hai finito di cenare, “Ciao, cara, che fai stasera?”, fingendo di ignorare il tuo precedente “Aperitivo insieme?”. Così che anche tu cadrai nel suo perverso gioco di ambivalenze e lo asseconderai rispondendogli che non fai niente di che, anche tu fingendo di ignorare il tuo precedente “Aperitivo insieme”.

Il maschio dalle spunte grigie ha, generalmente, bisogno di relax: trascorre, a suo dire, giornate intense a lavoro, è stressato dagli impegni sociali. E ti porta, così, a giustificare la scelta del colore dell’avvenuta o mancata lettura su whatsapp: per non essere fagocitato anche nel suo privato, povero caro, dal meccanismo, non sempre gradevole, domanda-risposta. Tu, invece, per lui, sì, che sei gradevole – ti illudi – e te lo dimostra – ti convinci – dicendoti che una di queste sere – calende greche – ti deve portare in un posto che è sicuro ti piacerà tantissimo, raccolto, intimo, dove ti coccolano con abbinamenti gourmet e dell’ottimo vino. E ti ci porterà non oggi, né domani, né questo fine settimana, ma in futuro. Quando sarà al cento per cento – perché è il suo cento per cento che tu ti meriti, no? E, poi, se sei nei suoi programmi del “più in là”, vuol dire che con te – che sei la prescelta per quella location di cui ti ha accennato – ha in mente una frequentazione duratura.

Ora. Mia cara Aurora. È ora. Farai tardi.

Tu, le spunte, le hai sempre tenute blu. Ti sei chiesta il motivo? Perché non ti sei mai sottratta alla responsabilità della trasparenza. Come mai hai sempre dato una risposta a chiunque e per qualunque motivo e, pure se non subito, hai fatto i conti con le conseguenze anche del tuo temporeggiare, del passare per quella che non sa che dire e che se la sta prendendo comoda o che se la tira.

Tu, Aurora, ti prego, non addormentarti. Tu sei in grado di reggere il peso della libertà che ti fa scegliere quando dare una risposta, quando invitare tu per prima – fanculo la cavalleria – e quando lasciarti invitare, quando rifiutare, quando essere reperibile e quando introvabile.

E a scegliere sei sempre stata tu, dichiarando al mondo le tue spunte blu e con esse, eventualmente, un “ho letto, ma non ti voglio rispondere adesso”. Sai benissimo che per svegliarti è sufficiente un caffè e una risata, non necessariamente lo chef stellato di cui non assaggerai mai gli accostamenti ricercati in quel localino che, il maschio dalle spunte grigie, aveva in mente “solo” per te. Perché, lo sai, non ci andrete mai. Non vi vedrete più dopo quelle due, tre uscite in cui tutto – ti è sembrato – fosse andato così bene.

Lui le spunte grigie le ha tenute sin dall’inizio per prepararti proprio a questo: la sua lenta, graduale sparizione.

Ben svegliata. È stato solo un sogno. Pensavi di aver avuto a che fare con qualcuno in carne e ossa. Invece è solo un contatto che, da ora in avanti, negherà la sua presenza fisica, ma continuerà a inviarti messaggini insulsi su whatsapp e a metterti like su Facebook, per suggerirti “non sono sparito” e, contemporaneamente, “abituati a non vederci più: sono solo un tuo contatto, un profilo virtuale che ti manderà una faccina a un orario improbabile, scriverà un commento sotto un tuo post, visualizzerà una tua storia. Ma niente altro, più. Abituati al mio svanire, capiscilo da sola. Perché non sarò io a dirtelo. Del resto io non posso parlare: non esisto che dietro le mie spuntine grigie”.

Tu, invece, sei avanti, Aurora. È mattina presto. Godi del colore del cielo nell’ora che porta il tuo nome.

Tre. Quello che gioca in rete a League of Legends.

Nonostante gli si stiano brizzolando i capelli, ha una stanzetta per i giochi tutta per sé. Buia, con tende vinaccio scuro e opache che impediscono alla luce di filtrare. Tanto che all’inizio pensi che sviluppi su pellicola. Poi che ti abbia invitato a casa sua per vampirizzarti. E, infine, che in fondo a quella cabina armadio ci siano corpi di donne esanimi e martoriate che penzolano fissati a degli appendiabiti, tanto per emulare i trofei di Patrick Bateman. Sì, proprio lui, un insospettabile che frequenta il tuo stesso corso di Thai Chi. Ma, del resto, il Tai Chi, si sa, non è una forma di combattimento mortale che riposa nel ritmo di una danza lenta? Quella della mantide religiosa: che mimava così perfettamente a lezione dopo i suoi delitti efferati. E a danzare con lui ti ha invitato. Proprio te, in quella specie di santuario dai tendaggi di colore sanguigno. Nella cabina armadio ci sono asce, pugnali e katane, alcune con del sangue secco ancora sulle lame. “Questo è il mio piccolo segreto”. Ma non sta indicando quelle. Chiude l’anta e indica alla sua sinistra: consolle, schermo, joystick, cuffie, su scrivania presa all’angolo delle occasioni di Ikea, e, di fronte, poltrona girevole imbottita senza braccioli.

Non sei a casa di Jan Saudek, né da Vlad di Valacchia. E nemmeno nella dimora di un samurai uscito dal gruppo e passato dalla parte dei ninja. Sei di fronte a un nerd di quarantatré anni, cosplayer. Trangugia pure quel Montepulciano, Aurora, sei abbastanza grande.

Il maschio che gioca in rete a League of Legends tenterà anche di dare un taglio intellettuale alla modalità in cui ha scelto di passare il suo tempo libero, accennando al fatto che se gli scacchi sono considerati disciplina olimpica, dovrebbero esserlo anche i videogiochi. “Per esempio, ci sono ragazzi capaci di trascorrere ventisei ore ininterrotte a completare tutti i livelli di una versione appena lanciata. Quello è un lavoro. Quelli che parlano di videodipendenza banalizzano. Fare delle combo richiede prontezza di riflessi, perché comunque elabori delle strategie in tempo reale. Poi, è ovvio, che devi sceglierti combattente, supporto o tiratore giusto. Io, per esempio, ho comprato lei – una barbie guerriera che emette gridolini ad ogni mostro che uccide – : mi ammazza tutti i minion ed è brava pure con i tank”.

Aurora, mentre stai respirando, in stand-by come Lara Croft, tu hai capito con chi vorrebbe passare ogni notte, vero? Non hai abbastanza pixel per lui, Aurora. Pensa che ad ogni San Valentino potrebbe istallarti un plug in. Non sei in un episodio di Black Mirror, quindi, per favore, sii tu a staccare la spina. E Game Over.

Quattro. Quello che ha di sé l’idea di un Ulisse contemporaneo, invece è un pastore transumante.

Questa tipologia di maschio ha un profilo muscolare. In genere esercita la libera professione. Ben retribuita. Cosa che gli consente lunghi periodi di ferie e il tempo necessario per organizzare spedizioni nel mondo da noi conosciuto. Ha velleità da esploratore: vorrebbe trovare le sorgenti del Nilo o dare il suo nome a una montagna. Ha camminato nel deserto della Namibia, risalito il Mekong con un canotto a remi, attraversato in moto, accensione a pedale, il Vietnam. E non ha mancato di immortalare tali momenti con selfie scattati dal cellulare che lo riprendono in piedi, gambe leggermente divaricate, mani salde appoggiate ai fianchi, al centro della scena lui e terra appena conquistata alle sue spalle. Sotto ogni scatto instagrammabile non può mancare una citazione colta con cui ostentare il suo latinorum.

Sei più affascinata dal fatto che tu ricordi le eccezioni della quinta declinazione che dal suo essere uomo di mondo, viaggiatore in solitaria con la sete di canoscenza. Perché se le sue partenze sono dettate dal desiderio di pedinar virtute, i suoi ritorni seguiranno dritti dritti il profumino emanato dalle virtù delle cucine della sua Itaca. Le virtù e “li pallott” (le polpette) che fa sua madre.

Sua madre: unica dea del focolare, colei alla quale tornare, unica figura femminile alla quale mostrare una forma di dedizione: l’elogio a una femmina di quelle che non si trovano più. Cuoca abilissima che macella il vitello grasso a ogni suo rientro, che lo vorrebbe vedere sistemato e con una famiglia. Ma lui è così, libero e indomito. E lei è la sola ad averlo compreso: accettandone la lontananza, facendo e disfacendo la massa. Sono le ragazze di oggi che non si sanno tenere un uomo: nessuna è riuscita a convincerlo a restare. Neanche lei. Ma a farlo tornare, sì. E allora giù di chitarrina con le polpettine, brodo con i fritti e agnello cacio e uovo. Brodetto alla giuliese e rana pescatrice in crosta patate.

Ecco cosa spinge ogni global trotter a ritornare sulla scena d’origine.

Sorseggia pure il tuo Gotico Piceno, Aurora e… perché stai muovendo le labbra? Dodici, dodici, dodici, ti ripeti. Ma dodici cosa?

Dodici sono le volte che ha detto le parole “mia madre”, durante un andiamo a bere qualcosa durato un paio d’ore. Fa una volta ogni dieci minuti.

Ma le hai contate?

Sì. Mi sono data una regola: sopra le tre c’è un edipico non ancora superato. E poi ha anche una sorella. Specializzata in dolci. Fa pure le marmellate. La marmellata di sua sorella, ha detto, non è una marmellata: è una crema. Da leccarsi i baffi, ha aggiunto.

Le fa col Bimby, la stronza.

Ahah! Dici?

Cinque. Quello che fa l’intellettuale da strapazzo sul social.

Sa citare classici a memoria, ma non distingue il ramo da una foglia.

Foto profilo grandangolare: lui in poltrona, ambientazione radical chic, intento a centellinare una raccolta di poesie francesi stretta nella mano sinistra, mentre la destra sostiene un calice di Salice Salentino. Se accetti di aggiungerlo ai tuoi contatti, ti scriverà in bacheca “grazie per l’amicizia”, scadendo nella banalità di cui ha tanto terrore. Poi tenterà l’approccio sulla chat di Messenger, esordendo con un “Per dirla alla Eliot…”. Ed ecco a te, Aurora, il maschio intellettuale da strapazzo sul social. Quello che cercherà di impressionarti con la grandezza della sua mente, capiente di tante informazioni, di citazioni e allusioni con cui cercherà di impressionarti – ingaggerà con te una sfida narcisistica – : se le cogli, conterà di lusingarti col fatto che, anche tu, spirito eletto, fai parte della sua cerchia intellettuale in grado di decifrare lo stesso trobar clus; se no, punterà sul tuo smarrimento per il sentirti non all’altezza, dal quale proprio lui ti emanciperà con consigli di lettura, link a trailer di lungometraggi di Tarkovskij e spezzoni su Youtube sull’anarchia spiegata a noi poracci da Silvano Agosti.

Mettilo di fronte a una livella. Dagli due staffe, un trapano, quattro fischer e una tavola di compensato lunga 120 e profonda 25. E vediamo se sa montare dritta una mensola. Per i libri che ti ha consigliato, ovviamente.

Gli anni della singletudine sono stati anche quelli degli allenamenti intensi in palestra: delle classi di crossfit, functional e delle lezioni individuali. Quelle con un personal trainer intelligente e pragmatico. Profondo conoscitore degli schemi corporei, osservatore dell’outfit e dunque esperto dell’animo umano. Personale confessore, secondo la mia aderenza al sacerdozio universale, durante una sessione di allenamento nella quale devo essergli sembrata eccessivamente sconsolata dopo l’ennesimo calice andato per storto, mi ha illuminata con fare documentaristico:

“Guarda, Greta. Guarda. Vedi tutta quella gente in sala attrezzi? Di loro, nessuno è destinato a riprodursi. La natura mica è scema. Come ben sai, io sono un estimatore del mondo animale. E tu. Tu: hai mai visto una leonessa battersi per un leone?”.

L’indomani stesso entro in IIIC.

Aurora di IIIC ha appannato gli occhiali con le lacrime. Piange perché Filippo di IIIA l’ha mollata per Alessia, che va in classe con lui.

Erano un po’ di giorni che Filippo non mandava più il whatsapp del buongiorno oppure leggeva i messaggi di Aurora e non rispondeva subito. Dopo un po’, deve aver selezionato dalle impostazioni le spunte grigie, infatti lei non sapeva più se lui leggeva i suoi messaggi. Perché a un certo punto non le scriveva neanche, a parte inviare qualche emoticon che non c’entrava niente con il messaggio che Aurora gli aveva inviato in precedenza.

Aurora si spiegava tutto pensando che Filippo stesse giocando a Fortnite con Luca e Matteo. Ma poi la IIIC è partita con la IIIA per il viaggio di istruzione a Matera. Lei non era potuta andare perché due giorni prima della partenza aveva preso il virus intestinale. L’ultima volta che l’ha visto, prima del rientro a scuola, è stato in un selfie che Filippo le ha mandato su whatsapp dall’autogrill. In mano aveva, avvolto nella carta argentata, il panino con la crema bio alla nocciola che gli aveva preparato la madre.

Al ritorno dalla gita, Alessia di IIIA non faceva che parlare di Stranger Things. La serie preferita di Aurora. E che Aurora aveva fatto conoscere a Filippo.

“Aurora. Ascoltami, Aurora. Come ben sai, io sono un’estimatrice del mondo animale. E tu. Tu: hai mai visto una leonessa battersi per un leone?”.