De Rosa, una famiglia di professionisti delle Immagini

Margherita De Rosa ha quarant’anni, è di Luco dei Marsi e ormai già da tanto tempo è una fotografa professionista.

«Da quando faccio foto? Se mio padre non mi portava con lui ai servizi ai matrimoni facevo tanto di quel casino che era praticamente impossibile tenermi. A otto anni già ero la sua aiutante. Mi nascondevo sotto l’altare, in chiesa e tenevo il secondo flash che illuminava le sue foto. All’epoca il flash funzionava con una fotocellula e io la attivavo da lì».

È il caso di chiamarla “figlia d’arte”: il padre, Gianni, è il fotografo più conosciuto del paese oltre ad essere il detentore di un archivio di immagini d’epoca della Marsica di grande rilievo culturale.

Anche suo nonno, Sinibaldo, era un fotografo.

«A 15 anni già lavoravo da sola ai primi matrimoni, mi accompagnava zio, ero un fotografo con l’autista», racconta ridendo.

Il suo studio fotografico è sulla strada principale del paese, viale Duca degli Abruzzi. Il negozio è chiuso. Margherita è in pausa pranzo ma non si ferma un attimo. Prepara le scene per quello che si sta trasformando velocemente nel set dello shooting in cui realizzerà gli scatti alle “modelle per un giorno” che hanno prestato il loro volto a “Cuore, Corna e Confetture”.

L’ambiente è bianco e luminoso. In due diversi grandi schermi passano i servizi fotografici realizzati alle cerimonie. Ai matrimoni, alle feste dei diciotto anni, alle lauree, ai battesimi. Occhi, mani, abiti. Particolari, dettagli. Ogni immagine ha la forza di catapultare lo spettatore nella gioia immortalata per sempre in uno scatto.

In vetrina ci sono le foto dei bambini, con i loro giochi e con le risate. In ogni ricorrenza, con il contributo di artisti, musicisti e teatranti, lo studio offre la possibilità di fare foto a tema.

Le immagini più belle chiaramente colorano la vetrina del negozio. I ragazzi passano e danno un’occhiata veloce. Gli anziani si fermano. Guardano. Sorridono. Qualcuno si commuove pure.

Tra poco sarà San Valentino. Sulla parete in fondo alla stanza c’è un grande quadro che ritrae il famoso “Bacio” di Klimt. Margherita De Rosa si è laureata in Arte, Musica e Spettacolo all’Università degli Studi dell’Aquila. Ha conseguito poi il biennio della Specialistica in Studi teatrali.

Suo padre è felice che ha seguito le sue orme?

«Ma chissà… Mi ha fatto studiare tanto e poi invece ho fatto la fotografa! Dopo la Specialistica volevo tentare il dottorato di ricerca. E invece il professor Taviani non me lo volle dare. Con lui avevo realizzato una tesi su “Lo spazio del teatro all’Aquila”.

Era il 2008, prima del terremoto. Ho fotografato l’interno di tutti i teatri dell’Aquila prima che il mostro li danneggiasse. Ho le immagini di ogni dettaglio degli spazi teatrali aquilani.

Taviani un giorno mi disse: “Margherita l’Università è finita, non ci sono più i soldi! Le foto che fai tu non le fa nessuno. Fanne il tuo mestiere! Forse aveva ragione davvero. Una cosa è certa: oggi ho la fortuna di fare il lavoro che è sempre stata anche la mia passione».

Luco è un piccolo paese della Marsica. Adesso Margherita la apprezzano tutti. Spesso la vedono girare per le stradine del borgo con la macchinetta professionale a tracollo mentre cattura sorrisi dei passanti o mentre fissa degli scorci.

«Avevo più o meno 15 anni quando andai al campo sportivo a fare le foto alle squadre di calcetto dei ragazzi più grandi.

Che brutta giornata che fu! Non mi funzionava il flash. Mi gridarono “Simbà (il nome di mio nonno) vatte a reficcà”, che vuol dire “Torna a casa”. Non riuscivo a far funzionare il flash tanto che quella sera le foto non le feci più. Da allora il flash non lo uso praticamente mai», racconta sorridendo.

Nonno Simbà che si cambiò il nome per andare in Guerra

«Nonno Sinibaldo a Luco lo conoscevano tutti», va avanti nel racconto, «classe 1923, insieme a suo fratello Mattia aveva una bottega di fotografie, di cui abbiamo ancora lastre e negativi.

Da ragazzi vivevano a Civitella Roveto e grazie a loro ho foto incredibili della Valle Roveto. Per questo ci sono andata spesso a realizzare servizi fotografici. Ai paesaggi, ai luoghi. Quando ero più piccola mi chiamavano “la nipote de Simbard”. Sogno un giorno di fare una mostra e di chiamarla proprio: “La nipote de Simbard e le foto di famiglia”.

Nonno si chiamava Simbaldo.

Quando arrivò la chiamata per partire per la guerra era a nome di Sinibaldo. Ci raccontava sempre che allora andò all’ufficio anagrafe e chiese un certificato di nascita. Quando il funzionario del Comune lo teneva davanti, lui lo distrasse con una scusa e mise un puntino sulla “m”. Fu così che diventò per sempre Sinibaldo.

Mio fratello porta il suo nome. Sopravvisse alla seconda guerra mondiale e poi morì dopo un incidente in montagna dove era andato a fare le gramigne per le sue favolose insalate di bosco. Cadde dentro una botola che stava nel terreno per la raccolta dell’acqua piovana, coperta da una tavoletta in compensato e foglie.

Non era a norma.

Rimase lì dentro per due ore sotto la pioggia, aggrappato al bordo a gridare “Aiuto-to-to” (diceva che se gli uccellini nel bosco fanno l’eco, allora l’eco serve a farsi sentire di più).

Lo trovarono i carabinieri, che poi lui ringraziò con una lettera che scrisse in ospedale, la mattina dopo del ricovero per ipotermia. Raccontò tutto quello che era accaduto. L’Arma riconobbe ai due militari un encomio.

A pranzo in ospedale gli portarono il pollo. Io ero lì. Mi disse che non riusciva a mangiare quella carne bianca perché gli tornava alla mente il maiale che lo aiutava in acqua (aveva scritto sulla lettera che per alleviare la fatica alle gambe cercava di metterle sul maiale che era morto nel pozzo con lui). Io feci le foto per i rilievi.

Capimmo solo dopo che non era in realtà un maiale ma un cane che era morto cadendo nella botola. Ma tutte quelle emozioni negative comunque se lo portarono via. Alle due del pomeriggio ebbe un ictus e subito dopo un infarto. Resistette per due anni ancora e fino alla fine cantava e colorava. Non era mai triste».

La Mostra in California di Margherita De Rosa

Sono già tanti i traguardi professionali tagliati da Margherita De Rosa. Come una mostra tutta sua in California, a San Juan De Capistrano.

«Avevo esposto delle foto al Comune di Capestrano», commenta, «il tema era Pinocchio. La mostra era organizzata come una caccia al tesoro, con un’introduzione del professor Tortoreto. Lo spettatore si metteva alla ricerca e alla fine del percorso trovava sé. Era estate e a Ferragosto venne una delegazione del Comune americano gemellato. La primavera successiva volai negli Usa da sola. Mi invitarono alla festa delle Rondini.

Era il 21 marzo del 2009.

Tornai che avevo venduto tutte le mie foto agli americani originari dell’Italia. Erano quasi tutti figli di emigranti e mi dicevano che le mie foto ricordavano loro le radici, i nonni italiani.

C’erano le immagini dei tetti con le canali di Morrea, le donne con le scialli, i pastori con il gregge in mezzo ai campi. Il console americano di San Diego mi disse: “Guardo questa foto e finalmente riesco a dare un’immagine ai racconti di mia nonna”.

Fu davvero una grande soddisfazione oltre che una bellissima esperienza».

La Battaglia per la Vita

19 febbraio 2013. È il giorno in cui il destino l’ha aspettata in sala operatoria, all’Aquila. Ed è stato lì che Margherita De Rosa si è ritrovata sola su un lettino d’ospedale.

Sola sul campo di battaglia.

Il suo nemico, un tumore alla testa. Lì, solo lei e lui. Poche settimane prima aveva fatto un esame all’ospedale di Avezzano.

Sul referto c’era scritto “Immagine rotondeggiante. Si consiglia proseguimento esami con mezzo di contrasto”. Certe cose non le capisci finché non le vivi. Edgar Lee Masters, nell’antologia di Spoon River, diceva che «il dolore degli altri è dolore a metà». Quanta verità!

«All’epoca vivevo da sola. Tornai a Luco, dovevo dirlo ai miei. Mi operarono dopo poco, all’Aquila. Ad Avezzano mi avevano rassicurato. Mi dissero: “Galzio è il migliore”».

Da quel lettino De Rosa si è alzata con la vita ancora ben salda tra le mani. L’aveva tenuta stretta per tutto il tempo. Ha vinto quella sua battaglia. La più difficile. Dopo qualche tempo a Luco ha dato una grande festa: “La festa della vita”. E i suoi amici quella sera erano tutti lì per festeggiarla.

Le modelle sono arrivate in studio. Sono belle. Margherita si è fatta supportare da una truccatrice professionista. I suoi scatti sono sugli occhi, sulle caviglie, sui capelli, sulle mani. Non sono mai tantissimi. Perché a volte arriva quel momento in cui si sente: «Buona la prima!». E quando succede è perché in quel primo scatto c’è tutto. E non serve farne altri.

Alla tv ora passano i video di Radio Italia.

«D’un tratto
Qualcuno alle mie spalle
Forse un angelo
Vestito da passante
Mi portò via dicendomi
Così
Meraviglioso
Ma come non ti accorgi
Di quanto il mondo sia
Meraviglioso
Meraviglioso
Perfino il tuo dolore
Potrà guarire poi
Meraviglioso
Ma guarda intorno a te
Che doni ti hanno fatto
Ti hanno inventato il mare
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole?».

La Passione per la Fotografia che cattura le Emozioni

Oggi De Rosa è mamma di Lisa, una vivace bimba di due anni e mezzo. Ha tanti capelli ricci e gli occhietti vispi. È una chiacchierona.

Le piacciono le foto?

«Sì molto», risponde sorridendo, «mi chiede sempre quando può venire allo studio a fare le pubblicità».

Cosa è per lei una foto?

«È tante cose. Può essere semplicemente qualcosa di bello da guardare oppure può essere qualcosa che suscita qualcosa di negativo. Certo è che io non riesco mai a mentire nelle mie foto. Ho un amico che mi dice sempre che riesce a capire il mio umore del periodo dagli scatti che pubblico sui social.

Fare le foto anche per lavoro mi ha permesso però di acquisire la capacità di riuscire a catturare sempre l’emozione che in quel momento di viene richiesta di immortalare. Anche quando dentro si sta male per qualcosa di personale».

Spesso Margherita De Rosa viene richiesta nei matrimoni. «Le foto sono attimi per sempre», confida, «in quelle fotografie c’è il nostro cuore. Quando faccio un matrimonio dico sempre che mi piace entrare nei panni della sorella della sposa, perché devo raccontare i sentimenti di quella famiglia in quel momento.

Oggi un reportage lo può fare chiunque, basta anche solo un telefono. Poi in pochi minuti quelle immagini possono tranquillamente fare il giro del mondo con la pubblicazione sui social. I social ormai ci hanno buttato sotto i riflettori del mondo per questo le foto dei professionisti per distinguersi devono catturare l’anima e tutti i suoi colori».

Qual è il servizio fotografico più particolare che le hanno chiesto finora?

«Era una donna che compiva quarant’anni. Appariva molto timida. Mi chiese delle foto perché voleva immortalare la sua immagine in quel preciso momento storico di suo cambiamento.

Nel corpo, nei sentimenti. Quando iniziammo a fare il servizio era abbastanza impacciata. Poi mi disse che con me era facile sentirsi a proprio agio. Facemmo foto che poi trovò molto belle, anche in nudo.

Un’altra volta una donna poco più grande venne da me chiedendomi delle foto perché voleva custodirle per il futuro, per rivedere in quelle immagini tutto quello che non avrebbe mai più voluto essere. I suoi occhi erano lo specchio di un’anima grigia, senza colori.

Era stata tradita dal suo compagno dopo una lunga convivenza. Le dissi che gliele avrei fatte. A patto però che sarebbe tornata nello studio quando i colori sarebbero tornata a dipingere il suo cuore. Fu proprio così.

Ed è per questo che ho scelto di promuovere il progetto Cuore, Corna e Confetture. Perché conosco la forza delle donne. E amo fissarla lì, in un’immagine che poi le accompagnerà per tutta la meravigliosa vita che ci è stata donata!».