La Voglia di Confettura fatta in casa

«Mi piacerebbe avere della marmellata fatta in casa».

«Ma certo amore, figurati, che ci vuole a trovarla. Ho tanti amici che fanno confetture artigianali. La prossima volta che torno in Abruzzo ne scelgo qualcuna buona e la porto con me».

Stefano era un uomo molto bello, aveva un aspetto curato. I suoi occhi non erano grandi ma vibravano e catturavano. I suoi occhi sapevano scegliere per lui. Avevano la forza di penetrare chi decidevano loro, anche nella totale non percezione del mondo che li circondava.

Alessandra se ne era perdutamente innamorata. Ormai da sei anni, si nutriva di quello sguardo.

Per lui aveva lasciato tutto, un progetto di vita insieme ad Augusto, il suo ex marito. La sua casa, il lavoro.

Alessandra collaborava con un’agenzia di comunicazione e marketing di Pescara. Si era fatta da sola. Dopo tanti anni di sacrifici era arrivata ad avere un discreto successo. Nel suo campo era la più richiesta, anche dai politici. Dove c’era lei, si vinceva. Era prassi ormai.

Con il definitivo trasferimento in Molise aveva detto addio alla carriera. O forse no, forse Alessandra se lo sentiva che prima o poi sarebbe tornata sul campo.

Il lavoro era stato per anni tutta la sua vita. Ci aveva investito notti insonni e giornate intere a correre da una parte all’altra della sua regione, l’Abruzzo. Chilometri e chilometri di strade, ore al telefono, occhi infiammati davanti al pc.

La Famiglia

Stefano era stato trasferito e le aveva chiesto di seguirla. Alessandra aveva scelto lui, non la spaventava nulla, nemmeno quella rigida divisa.

«L’amore sarà più forte di ogni difficoltà, sarà il collante che legherà anche le parti che sembrano più distanti tra loro, vincerà su tutto», pensava.

Anche Stefano era stato sposato. Dal quel matrimonio, maledetto e rinnegato tante e tante volte, aveva avuto due figli, Antonio e Silvio. I suoi bambini erano per lui devozione, cura, amore.

Dal suo matrimonio Alessandra aveva avuto due bambine. Angelica e Ludovica. Dopo tanto tempo di convivenza i piccoli avevano imparato a stare bene insieme. Erano molto diversi tra loro e per questo sarebbe stato difficile immaginarli in totale armonia. E invece era bellissimo vedere come avevano iniziato a proteggersi gli uni con gli altri mentre giocavano.

Nel parco, anche a distanza, ormai si seguivano con lo sguardo e se qualcuno si avvicinava ai due più piccoli i maggiori si precipitavano a difenderli.

Probabilmente Stefano non ci faceva nemmeno caso ma per Alessandra era importante. I bambini dovevano stare bene. Tutti gli sforzi e i sacrifici, i viaggi organizzati sempre all’ultimo minuto, la fretta di abbinare perfettamente i calzini con i leggins per la danza, affinché tutto fosse sempre in ordine.

Come gli zaini per la scuola del lunedì dopo il week end dal papà, le chiamate a lui, anche se lontano, per ogni dubbio o incertezza. Lo stress dei chilometri macinati su e giù per vie vecchie e dissestate.

Tutto era ripagato dalla serenità dei figli. Di Alessandra. Di Stefano.

Concludere le giornate che continuavano inesorabilmente a correre, le une dopo le altre, con quell’abbraccio alle sue figlie, a casa del suo compagno, per Alessandra era, ogni sera, una benedizione.

Quando c’erano i bimbi di Stefano era la stessa cosa. In casa c’era solo più amore.

Il Sesso

I primi anni in coppia erano stati ricchi di un’intimità preziosa, speciale. Con Stefano il sesso era stato trasgressione e complicità. La passione, i baci, gli sguardi.

Era quello il vero amore? Sicuramente somigliava molto.

Ma… Ahimè, le illusioni…

«Tu lo sai che io non ci rinuncio a tutto questo, vero?».

Le aveva detto una notte Stefano dopo aver fatto l’amore. E fu esattamente quello che poi fece. Non se ne privò.

All’ascolto di quelle parole, ad Alessandra sembrò di impazzire.

Ripensava spesso a come si erano conosciuti per caso, alla totale mancanza di aspettative per un futuro insieme, al desiderio che aveva invece acceso le loro anime, fondendole in una sola palla di fuoco. Quel fuoco che sembrava ormai indomabile. Nessuno sarebbe più riuscito a spegnerli né tanto meno a separarli.

I loro occhi si erano scelti. E le loro anime si erano fuse.

Quelle illusioni erano come i cavalli della Camargue, che sciolgono le loro criniere nelle corse controvento. Orgogliosi, forti. Indomabili.

La Confettura in Dispensa

«Ohi, chi ti ha regalato questa confettura?».

A settimane alterne arrivavano da Civitavecchia i bambini di Stefano. Insieme ad Angelica a e Ludovica, Antonio e Silvio quella sera si erano messi a tavola con meno reticenza rispetto alle altre volte. Erano stanchi e avevano fame.

Alessandra aveva aperto la dispensa per trovare degli snack che potessero intrattenerli qualche minuto, prima che la frittata fosse pronta.

Solo allora si era ricordata di chiedere al suo compagno da dove arrivassero quei barattoli. Era marmellata fatta in casa e sulle etichette c’era la scritta di una donna, probabilmente di una giovane donna.

I vasetti erano diversi, ognuno di un colore, a seconda della frutta che contenevano. L’aveva incuriosita soprattutto la scritta su uno di loro.

“Frutti di bosco”.

La calligrafia era curata. Chi aveva scritto su quell’etichetta voleva farsi notare, aveva arrotondato le vocali. Sopra la “i” il puntino era un cerchietto.

All’improvviso Alessandra aveva pensato che chi avesse scritto su un’etichetta così piccola, con così tanta cura, quelle tre brevi parole, chissà quante cose avrebbe avuto voglia di dire al mondo.

Eppure erano solo tre piccole, banali e scontate parole. Scritte su un barattolo di marmellata. In quel momento, per Alessandra quello era il suo Quadrato del Sator.

In quell’etichetta era contenuto un segreto, antico quanto il mondo. Lasciato lì da chi pensava di riuscire a nasconderlo, di riuscire a custodirlo nella confusione della routine di giorni che iniziavano a diventare sempre più, uno uguale all’altro.

Chi aveva tentato di mirare alla perfezione in quelle tre sole parole, in realtà voleva solo gridare. Ma purtroppo era caduta in quella colorata e melliflua confettura senza nemmeno avere il tempo di farsi vedere.

Quei barattoli Alessandra li aveva guardati per la prima volta al mattino, quando i bambini ancora dormivano. Era sola in cucina, Stefano era uscito prima del solito, dopo una chiamata dell’ufficio.

Per una quasi scontata coincidenza Stefano, quella sera, proprio in quel momento, era davanti ai fornelli e aveva il viso coperto da uno sportello del pensile della cucina. L’esitazione fu brevissima. Solo di qualche secondo.

Ma ad Alessandra era bastata. L’intuito è donna. E lei con il suo lavoro aveva imparato a leggere le menti. Con la sua anima, sin da quando era poco più di una bambina, era abituata a cogliere tutto il resto.

I sogni e i quadri su e giù per i muri

Quella piccolissima pausa di Stefano aveva dato conferma a quelle che a chiunque le avrebbe raccontate sarebbero risultate solo le “solite stranezze di Alessandra”.

Come il quadro con su scritto “Amore mio” che lui le aveva regalato e che stava proprio di fronte al loro letto in Abruzzo, dove lei per un breve periodo dormì da sola prima di trasferirsi in Molise.

Quel quadro che alle sei e mezza del mattino, l’orario in cui Stefano si svegliava in un’altra città (e chissà accanto a chi) si staccava dal muro e iniziava a dondolare su e giù.

Quella era la stanza in cui era morta la zia di Alessandra, qualche anno prima. Il quadro si staccò un paio di volte. Nella prima si accese anche una lucina che stava all’interno. Per accenderla però era necessario spostare una levetta laterale del quadro.

Alessandra non se lo spiegava. Una mattina gridò: «Zia vuoi farmi venire un infarto?». Era sola, si guardò intorno. Sapeva che nessuno avrebbe risposto. Alessandra aveva sempre “respinto” quella sua “altra dimensione”, che solo lei poteva capire.

E per questo, ancora una volta, come le era già successo in passato in altre situazioni, preferì non interpretare. Sceglieva semplicemente di non pensarci.

Stessa cosa la fece con i suoi sogni. Eppure quei maledettissimi e angoscianti sogni da settimane le parlavano chiaramente. C’era il sesso, il tradimento, l’ansia, l’angoscia e il dolore. Erano nella sua testa. Più di una volta l’avevano obbligata ad alzarsi in piena notte. Si ritrovava il pigiama talmente tanto bagnato di sudore che era costretta a cambiarlo.

L’Incredibile Bugia

«Me l’ha regalata Alberto… Sì, Alberto. La fa sua moglie. Ti ricordi? A Natale mi avevano già regalato la carne».

Seguì un goffo silenzio.

Alessandra pensò che sì, la carne gliel’avevano regalata veramente ma all’epoca non vivevano ancora insieme e lui gliela portò a casa per farsela cucinare. La marmellata invece no. Stefano da sempre gliela comprava al supermercato e gliela portava.

Quei barattoli erano tanti e chissà da quanto tempo erano lì.

Poi lo sbattere dei coperchi, dei bicchieri e delle stoviglie. Quella sera a tavola si era in sei. E Alessandra aveva il compito di accudire tutti.

La confettura della moglie di Alberto avrebbe dovuto aspettare.

Le Colazioni ricche

E così, da quel giorno, tutte le mattine, sull’abbondante tavola della colazione di Stefano non c’erano più solo il latte, il caffè, le uova con la pancetta, il succo di arance bio, il pane integrale e lo yogurt.

Non c’era più tutto il necessario per l’odiosissima supercalorica colazione che faceva il suo uomo che poi durante il giorno osservava una specie di digiuno.

Magro è bello. Almeno così dicono. Ma erano cose che ad Alessandra non erano mai interessate granché.

Per lei, al mattino, un caffè con un po’ di latte era più che sufficiente e di certo non era tipa che si metteva a cambiare le proprie abitudini per correre dietro alla linea. Quella linea era invece tanto desiderata dal suo Narciso.

Lui, che ogni mattina si serviva degli occhi blu di Alessandra solo per specchiare la sua attraente e meravigliosa figura.

E fu così che ad Alessandra non restò altro che prendere atto che dalle antiche e infarinate dispense delle donne abruzzesi (o molisane, chissà), era arrivata la tanto desiderata e, molto presuntuosa, confettura della moglie di Alberto.

Stefano era ben consapevole che Alessandra conosceva Alberto. Ma era certo che il suo segreto sarebbe stato per sempre nascosto dietro allo scudo dell’opportunità.

Come avrebbe mai potuto la sua donna presentarsi da un suo “sottoposto” e chiedergli: «Scusa Alberto ma è vero che hai regalato tu tanti barattoli di marmellata a Stefano? Che brava che è tua moglie, è premurosa. E come scrive bene sulle etichette!».

No, una brava e ligia mogliettina (o similari) non poteva farlo. Nel mondo di Stefano non era permessa una tale inopportuna ingerenza.

Il Gioco della Marmellata

Alessandra era un ciclone, piena di energia. Era scaltra e intelligente. Ma soprattutto era una donna forte. Ed era proprio la sua forza che aveva fatto innamorare Stefano.

Alessandra sapeva che un giorno, chissà quanto distante dalla sua prima domanda di quella sera, avrebbe appurato da dove erano arrivati quei graziosi barattoli di confettura. Avrebbe potuto scommettere con chiunque che sarebbe accaduto, anche con lui. Ma non lo fece, scelse il gioco.

«Ludovica, lo sai che Stefano ha una nuova giovane fidanzata che gli regala la marmellata?», scherzava mentre era seduta con lui alle panchine del parco giochi. Lo faceva anche al ristorante, tra un discorso e un altro. E alla sera, davanti alla tisana.

Ogni volta Stefano rideva, di cuore. Perché nonostante sapesse che da quegli apparentemente innocui vasetti colorati spuntavano in realtà le corna della sua amata, era sicuro che tanto lei non sarebbe mai riuscita ad arrivare alla verità.

Una volta addirittura, guardando divertito la bambina di Alessandra, osò rispondere: «Ludovica un giorno a te e a tua mamma vi ricopro di marmellata», e con le braccia imitò un grande cucuzzolo di barattoli.

Che simpatico che riusciva a essere a volte. Gli bastava mettere da parte quel fare da bacchettone acquisito in tanti anni di lavoro, per essere divertente come quando da piccolo giocava a fare l’attore nelle piazze di Napoli, la sua terra d’origine.

In un’altra occasione, mentre erano in bagno insieme, quando Alessandra evocò per l’ennesima volta “il segreto della marmellata”, con la faccia da pesce lesso, le rispose: «Scusa ma perché chi ti ho detto che me l’aveva regalata la marmellata?». Il rossore delle sue guance servì a condire la scena col sugo del giovedì. Gnocchi al sugo e baccalà. Che lusso!

E lì, ancora una volta, Alessandra giustificò quell’uscita con la stanchezza, lo stress. In quel momento il suo uomo reggeva le colonne della Terra sulle spalle. Lui le chiedeva di aiutarlo e sostenerlo. E lei lo avrebbe fatto.

Intanto, ogni mattina, quelle dolci primizie ricomparivano sul tavolo della cucina, esattamente davanti alla tazza di Alessandra. Ma chissà perché le sue mani, ogni mattina, si rifiutavano anche solo di toccarle.

L’Altra non mi è piaciuta abbastanza

«Ti piace?», gli chiese un giorno mentre lo guardava mangiare quella massa violacea un po’ melmosa. Con la consueta ingordigia, quella con cui era abituata a vederlo quando si trattava di cibo frutto di “approvvigionamento a scrocco”.

«Mmm… Sì, non è male».

Non era stato un entusiasta «Sì, è da leccarsi i baffi».

E non perché i baffi non li avesse ma perché era chiaro che il “friccicolio” della scappatella, l’eccitazione del peccato, si erano già belli che spenti. Chissà da quanto. Era chiaramente così. Ma mica poteva andare sprecata tanta genuinità gratuita.

Per Alessandra, quella risposta era stata una prima specie di confessione. Come a dire: «Sì, lei non è male. Ma è andata già. Tu invece sei quella che rimane nonostante i colorati passaggi di una vita viziosa».

Quella mattina Alessandra pensò a quanto erano belle quelle sere in cui rimanevano soli e scappavano al supermercato per comprare qualche vasetto di confettura. Come due ladri complici d’amore si divertivano tra gli scaffali del market aperto tutta la notte, ad abbinare ogni gusto a un formaggio o a un salame diverso.

In Molise, regione di gran culto per il cibo, avevano ritrovato un po’ di quanto pensavano aver lasciato per sempre in Abruzzo. Anche lì, l’angolo dei prodotti tipici locali era fornitissimo e per questo non si erano dovuti privare dei loro deliziosi peccati di gola.

Erano piccole cose che però riempivano il cuore di Alessandra che continuava a credere che quel loro amore sarebbe riuscito a sanare anche tutte le ferite che si erano lasciati alle spalle.

Ai suoi occhi i loro sentimenti erano diventati ormai inattaccabili e sarebbero stati il riscatto, avrebbero pulito i loro volti davanti al mondo.

La Valeriana per prendere Sonno

«Ho comprato della Valeriana per prendere più facilmente sonno». Stefano faceva un lavoro per cui non di rado veniva richiesta la sua presenza sul posto anche nel cuore della notte.

Alle 2, alle 3, alle 4, i suoi superiori gli avrebbero potuto chiedere di raggiungere chissà quale città. E ora prendeva la Valeriana per dormire?

In più era una sera d’estate e i bambini erano in vacanza.

«Scusa ma perché la prendi, non sei contento che possiamo passare del tempo insieme da soli?».

«La prende anche il mio capo, mi aiuta a rilassarmi».

Alessandra pensò che erano davvero lontanissimi quei tempi in cui era il sorgere del sole a chiudere le loro romantiche conversazioni nelle chat nascoste dalla crittografia.

La valeriana aveva fatto il suo effetto velocemente. Stefano si girò di spalle. Di solito non lo faceva mai. Lui era possessivo, cercava sempre il contatto e lo pretendeva. Da sei anni dormivano abbracciati. Quella sera no. Alessandra continuava a fissare quello che era rimasto nel letto della presenza del suo compagno.

C’era solo una t-shirt bianca messa su da uomo che lì in realtà non c’era più (e chissà da quanto) ma lei non lo sapeva.

Ad ogni modo Alessandra non riusciva proprio a mettere in dubbio quell’amore, perché era sempre stato troppo forte e lei lo sentiva ancora ardere dentro come il primo giorno. Però non riusciva a capire.

Il suo cuore era lì che continuava ancora a battere per lui. Il ritmo però era cambiato e nemmeno il respiro era più all’unisono.

Il mattino seguente Stefano era irrequieto. Uno sguardo veloce al telefono, il bagno, i capelli, poi ancora il telefono. Alessandra rimase immobile, faceva finta di dormire. Con gli occhi socchiusi quella mattina decise di guardarlo bene, di osservarlo. E lì Stefano davvero sembrava non ci fosse più. Non era più lui.

Ripensò ad Augusto e a quel suo bacio affettuoso e pieno di sincerità, prima di uscire e andare a lavoro. Tutte le mattine.

Stefano in quegli ultimi mesi aveva perso tanto peso. Continuava a perdere chili e ne andava fiero. Durante il pomeriggio faceva ginnastica. In casa.

Il primo giorno da soli, dopo la partenza dei figli per le vacanze, le aveva detto: «Io in questi giorni mi devo allenare quindi rimani pure qui, basta però che non mi rompi il cazzo, eh?». Secondo lui era una cosa detta così, per scherzare. Ma ad Alessandra quelle parole avevano fatto male come uno schiaffo sul viso.

Il suo cuore quella mattina si era gonfiato ma non più di amore. Di tristezza e di nostalgia.

Mentre dal salone arrivavano soffi, respiri forzati da ritmi serrati, sempre più veloci e sempre più rumorosi, Alessandra aveva intanto chiuso la porta della zona giorno e si era messa a pulire i balconi. In quella casa era da talmente tanto tempo che nessuno lo faceva che tra una piastrella e un’altra era nato del muschio.

Chissà quante fortunate spettatrici quel pomeriggio d’estate si ritrovarono ad assistere allo spettacolo della Cinderella biondina e servizievole, tutta straccio e canovacci!

Ferragosto, Peli, Pettorali e Proteine in polvere

«È molto caldo, a Ferragosto andiamo alla Cascata del Carpino?».

Alessandra amava camminare in montagna e degli amici le avevano parlato di quella meta. Dalle foto di Google sembrava un posto magico. Stefano aveva risposto con il solito scadente “sì” degli ultimi mesi.

«Sarà stanco», continuava a ripetersi. Sentiva sempre più forte il bisogno di giustificare tutto quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Perché lei ne era davvero convinta: l’amore avrebbe trionfato su tutto.

Arrivare alla cascata fu semplice, erano abituati a percorsi con una difficoltà maggiore. Il paesaggio si rivelò un vero spettacolo. Alessandra si tolse i vestiti, aveva messo il costume.

Dopo poco Stefano la guardò e le disse: «Ma ora che facciamo qua? Io mi annoio, non mi va di stare senza fare niente».

A quell’esclamazione senza senso (ci sono 40 gradi, c’è una cascata di acqua fresca e c’è il bosco che fa da scudo al sole) stavolta Alessandra ci rimase davvero male.

«Lavori tutto il giorno per 12 ore e più, sei così stressato, guarda la natura rilassati», gli disse.

Si allungò e si girò di schiena, la luce che passava tra gli alberi era gradevolissima.

Lui si avvicinò al suo corpo. Ma non per baciarla e nemmeno per accarezzarla. Le fissò le gambe, da dietro. Violentemente le infilò il tanga nel sedere. Guardò da più vicino. A voce alta e con un severo tono di rimprovero, le disse: «Ma qui ci sono dei peli!».

Alessandra pensò: «Ma quale uomo mai farebbe notare alla propria donna che ha dei peli in quel posto lì? Nel sedere!».

In realtà, però, la risposta che in quel momento gli avrebbe voluto dare era: «Perdonami grande e immenso amore mio, ma ieri non ho avuto tempo di tosarmi come un agnellino pasquale, perché stavo pulendo con la candeggina i balconi di casa tua!». Ma non lo fece.

Alessandra non era così.

Era una autentica. E non aveva mai creduto che due peli biondi sulle gambe o sul sedere potessero inibire i sentimenti di un uomo. E nemmeno la sua libido. O per lo meno, quella di un uomo vero. «Poverino, è stressato, lavora tutto il giorno. Chissà cosa gli passa per la testa», si disse ancora una volta.

Dopo un panino veloce, si misero alla ricerca di un chiosco, per un caffè.

Il passaggio di Alessandra davanti al primo bar che incontrarono rimase ben impresso sulle facce dei vecchietti seduti fuori.

Non era una donna particolarmente bella ma era comunque appariscente. I capelli biondo platino erano mossi e voluminosi. Gli occhi grandi e verdi. Ma prima di tutto il resto, però, di Alessandra arrivava il sorriso. La sua vista riusciva a mettere di buon umore chiunque.

Ma Stefano ormai Alessandra non la nemmeno guardava più.

Fu proprio mentre era seduta al tavolinetto mezzo rotto di quel chiosco, nel cuore del Molise (a proposito… Il Molise esiste! Ed è pure bellissimo!), che Alessandra pensò per la prima volta che il suo compagno avesse un’amante.

«Rimani qui», gli disse mentre lo guardava continuare a fissare il cellulare che teneva stretto tra le mani, «io entro e ordino i caffè». Mentre gli passò di fianco Alessandra guardò lo schermo. Era su Google, aveva fatto una ricerca per immagini. Ammirava figure di uomini con pettorali in evidenza. Alessandra pensò: «Mamma mia… E io che vado a pensare male del mio amore! Lo stress lo sta divorando! Poverino, devo aiutarlo».

Dopo poco uscì con i caffè. Nel bar l’avevano guardata tutti, anche le tende delle finestre si erano girate. Non fosse altro per il fatto che era l’unica donna nel raggio almeno di 10 miglia, con i capelli biondi e i pantaloncini corti.

Alessandra uscì con il vassoio. Fissò di nuovo lo schermo del telefono del suo uomo. Perse l’equilibrio per qualche secondo e una tazzina di caffè si riversò sporcandole le mani. Stefano nemmeno se ne accorse.

«Ecco, lo sapevo», pensò con una vena di tristezza, «sta chattando con un’altra donna». E invece no, non era così.

Questa volta era su un sito di e-commerce. Stava valutando una ad una le offerte più vantaggiose per l’acquisto di enormi barattoloni di proteine in polvere.

Alessandra pensò: «Poverino, con tutto lo stress che ha addosso ora si è fissato con l’alimentazione. Mi sembra davvero ossessionato, devo fare assolutamente qualcosa, devo farlo svagare ad ogni costo. Il mio amore è in difficoltà e ha bisogno di me. Io devo esserci, ancora una volta. Perché io sono una donna forte e lui mi ama per questo».

I bambini sarebbero tornati con qualche giorno di ritardo. Avevano prolungato le vacanze al mare, stavano bene, erano felici.

Alessandra e Stefano avrebbero avuto ancora più tempo per stare insieme.

Quelle Irritazioni che non ti aspetti

«Ho un’irritazione, non so da cosa dipenda», disse Stefano una sera, a letto. Erano settimane che non facevano l’amore. Lui era distante e lei non chiedeva nemmeno il perché. Per Alessandra il sesso non era mai stato il fulcro su cui installare una storia d’amore.

«Io però sto bene», gli rispose, «come mai tu hai questo problema lì?», indicando le parti intime del suo compagno. «Forse mi hai trasmesso qualcosa tu», disse subito lui.

E lei, ancora: «Ma io non ho nulla».

«Sarà sicuramente lo stress», pensò di nuovo Alessandra, «poverino. Questo ora non ci voleva proprio». «Stai tranquillo», lo rassicurò, «ci vado io in farmacia per te e così in questi giorni potrai curarti bene».

E così, da quel giorno, per una settimana, di sera, pomate, pasticche e valeriana.

Al mattino, invece, confettura. Buona e genuina. Lui gliela continuava a mettere davanti e lei continuava a rispondere: «No, grazie». Alessandra non la voleva, punto.

Ormai l’estate sembrava essere quasi finita, la luce cominciava a calare sempre di più. Purtroppo anche negli occhi di Stefano. Negli ultimi giorni era sempre nervoso, a tratti sembrava proprio triste, gli erano venuti pure dei tic nervosi agli occhi. «Poverino… Chissà come lo stressano al lavoro», il chiodo fisso di Alessandra.

Le Cene con i soldi del Capo e le Telefonate di Lavoro

«Andiamo a cena fuori stasera?». «Certo», rispose lui. Quella sera era rincasato alle 20. Esattamente dopo 12 ore che era uscito. Non era tornato nemmeno a pranzo e aveva lasciato Alessandra da sola. I suoi spaghetti facevano ingrassare, lui ormai si nutriva solo di barrette.

Chissà in pieno agosto, in quei deserti corridoi, quanto lavoro c’era da fare!

«Oh scusa, una chiamata di lavoro. Torno un attimo in ufficio, arrivo subito».

Quella scena agli occhi di Alessandra fu patetica, senza dubbio imbarazzante. Quella per lei era una scena già vista. All’epoca la prospettiva era un’altra. Esattamente all’opposto di quella di oggi. Lei un tempo era stata quella all’altro capo del telefono. E una scena già vista da di là, da di qua la riconosci subito, senza possibilità di equivoco.

Possibile che Stefano davvero stesse replicando il solito banalissimo schemetto da traditore seriale?

Ma poi per cosa.

Davvero per quel “friccicolio” che le aveva confessato di aver rincorso per tutta la vita prima di conoscerla?

Catapultarsi in Molise per Alessandra non era stato facile. Aveva perso il lavoro. Il suo ex capo sapeva dei suoi problemi economici e prima di partire le aveva regalato dei soldi.

Aveva sempre avuto un debole per lei.

In lei vedeva il suo tormento, gli anni più difficili, li aveva sempre legati un non so ché di strano, un’inquietudine che aveva segnato irreparabilmente le loro vite già molto prima di conoscersi.

«Io per te ci sarò sempre, ricordalo», le aveva detto prima di baciarla sulle guance per la prima volta, il giorno in cui si erano salutati. Era un giorno di gennaio e ormai Alessandra aveva preso una decisione. Stefano era il suo grande amore e sarebbe andata con lui, ovunque.

Anche in Molise.

La pizza era molto buona. Era più alta di quella abruzzese, era più salata. I proprietari del locale gliene avevano offerta una e ci avevano messo su del lardo tagliato sottilissimo e del tartufo. Era squisita.

Prima di alzarsi da tavola, Alessandra prese 50 euro dei soldi che le rimanevano del dono del suo capo e li infilò nella tasca dei pantaloni di Stefano.

Lui ci era abituato a quelle uscite della sua donna. Per lui era normale, pur sapendo che la sua compagna era disoccupata da mesi. Rimanevano gesti che nessun peso meritavano. Continuava a guardarsi intorno, era irrequieto, sembrava non essere a suo agio.

Il giorno dopo tutti e quattro i bambini tornarono. Stare tutti insieme era sempre molto faticoso ma tra compiti, giochi al parco e passeggiate all’aria aperta, le giornate scorrevano e si consumavano.

L’ultimo giorno al Mare

In compenso, insieme ai bambini tornò di nuovo l’estate. Era chiaro che l’autunno aveva voglia di fare tardi e che il sole se ne stava approfittando spudoratamente.

«Domenica facciamo una scappata al mare per l’ultima volta della stagione?».

Intimorita da un eventuale rifiuto, Alessandra glielo aveva chiesto nella chat di whatsapp.

Ma lui fu gentile: «Certo».

Che bello che era quel giorno il mare. Tutto è niente di fronte all’azzurro, alle onde, al profumo del mare. Alessandra toccò timidamente l’acqua. Non era fredda. Si tuffò. Con lei anche le sue bambine.

Dopo si allungò al sole. Da lontano guardava Stefano che intanto si era allontanato sul molo con Angelica e Ludovica. Era stato tutto così difficile, pensò, la separazione, la rinuncia al lavoro, alla carriera, alla casa, alla famiglia. Ma alla fine Stefano amava lei e le sue figlie.

E il suo amore era una fortuna.

Poi il ristorante di pesce. Un primo e la frittura. Il pranzo lo pagò Alessandra. Era un giorno di festa, era arrivato già il bonifico della disoccupazione e quel giorno, ancora di più di altri, amò tanto farlo.

Cantiamo a Squarciagola Margarita

«Con quell’aria delicata. Con un fiore tra le dita. Bevi un altro Margarita. Poi mi dici che è finita. Che da quando sei tornato. Mangi solo granita. E in un fine settimana. Guarda come sei cambiato».

«Senti senti…», disse Stefano ad Alessandra. Lui guidava, lei, di fianco, lo guardava.

«Oh-oh-mhh-oh-oh. Ma non eri fidanzato?. Oh-oh-mhh-oh-oh. Ma non eri fidanzato? Mi sveglio sudata incollata al parquet. Siri dimmi perché. Semmai ti dicessi no, sarei finto. Chi ci crede più alla monogamia? Era solo sesso, un po’ come il comunismo. Una cosa che funziona in teoria».

Alessandra: «Che canzone è?».

«È la mia canzone dell’estate. Anche i miei figli l’hanno imparata».

Ogni volta che salivano in macchina Stefano metteva su quella canzone, l’aveva scaricata in una chiavetta. Continuava a ripetere che quella cantante era per lui l’icona sacra della donna (la quale, chiaramente, era esattamente agli antipodi rispetto ai canoni di bellezza della donna che lui aveva scelto di mettersi a fianco).

Alessandra quella canzone la ascoltava sempre ma senza farci mai tanto caso, non era mai riuscita ad imparare le parole. Non si era mai soffermata, come invece succedeva spesso con altre canzoni, a capire il testo. Non lo aveva imparato mai a memoria. Stefano invece la conosceva parola per parola e la cantava a squarciagola. L’aveva insegnata anche ai suoi figli.

Solo dopo alcune settimane da quel viaggio in un caldo pomeriggio di settembre, quel pezzo passò alla radio di Alessandra, per caso. Era sola nella sua auto. Stava per mettere in moto.

Quella mattina un altro tassello si incastrò perfettamente in quella partita a Tetris che Alessandra da mesi stava facendo con le sue corna. Quella era la canzone che l’altra donna cantava al suo onesto e bel fidanzato.

E lui, per sentire lei più vicina, anche quando per forza di cose era costretto a tenerla irrimediabilmente lontana, era riuscito a inculcarla prepotentemente nel cervello di tutti loro. Figli compresi.

Come ti sei permessa?

Ormai Stefano sembrava un fantasma. Intanto lo avevano chiamato a fare un corso di una settimana, in una città del Nord.

Prima di partire Alessandra gli aveva chiesto di dedicarle del tempo, sentiva che era arrivato il momento di parlare del futuro della loro storia.

Lui gli aveva risposto semplicemente: «Non mi sento bene».

Alessandra da giorni ormai lo tartassava di domande. Tra le altre, immancabile, quella su chi gli avesse veramente regalato quella marmellata.

Vigliaccamente (forse meglio stupidamente?) Stefano continuava a dire: «Dopo tutti questi anni, ancora mi fai recriminazioni di questo tipo? La confettura me l’ha regalata Alberto. L’ha fatta la moglie».

Quel giorno però Alessandra aveva deciso: gli avrebbe detto che aveva parlato con Alberto, che gli aveva confessato di non sapere nulla della marmellata.

Lo fece. Lui non la guardava. Stringeva le braccia, induriva i pettorali e a testa in giù se li ammirava. Il tutto mentre la sua donna stava per dirgli addio.

«Stefano, io vado via. Io e le bambine andiamo via da questa casa, al tuo ritorno, stasera, sarai solo». Tirò fuori il mazzo delle chiavi e velocemente tolse quella di casa dal portachiavi. Era a forma di cuore, glielo aveva regalato lui appena si erano conosciuti.

«E comunque ora lo so con certezza. La marmellata non te l’ha regalata Alberto». Stavolta Stefano si ritrovò alle strette. Cambiò repentinamente tattica.

Fu allora che per la prima volta dopo settimane la guardò negli occhi e, con una diabolica aria di sfida, le disse: «E tu come lo dimostri?».

Quello che non sapeva Stefano, perso ormai com’era non nel suo stress da lavoro ma nella nebbia della disonestà e della farneticante lussuria, era che il testimone di nozze di Alberto era l’amico del cuore proprio della sua compagna. Di Alessandra.

Amici dall’infanzia, lei e Marco erano stati vicini di casa per circa 15 anni. Era stato il suo primo battito di cuore, la sua prima carezza, il suo primo bacio. Lui che quel giorno di tanti anni prima le disse: «Tu sarai per sempre nella mia vita, anche se il destino non ci farà più incontrare. Tu per me sei un pezzo della mia famiglia. Sarai custodita gelosamente qui. Nel mio cuore».

«Marco sto male. Questa è la storia. Aiutami a capire», gli aveva detto al telefono, un paio d’ore prima di affrontare Stefano. A lui erano bastati pochi minuti per sapere da Alberto che nella sua casa la confettura non c’era mai stata e nessuno l’aveva nemmeno mai fatta.

Né tanto meno lui e sua moglie si sarebbero mai sognati di regalarla a qualcuno.

«Ho chiamato Alberto, la marmellata non te l’ha regalata lui», gli disse Alessandra. E si stupì di come stava riuscendo a gestire con calma tutta la situazione. Lei, che per tutta la vita era stata tormentata dalle più vili e vigliacche violenze psicologiche.

Stefano esplose in un furioso e inaspettato attacco di rabbia. «Esci da questa casa! Come ti sei permessa di chiamare un mio sottoposto? Esci fuori di qui. Tu sei pericolosa!».

Ma Alessandra ormai aveva capito tutto. E lui non si era accorto nemmeno che le valige erano già pronte e caricate in macchina.

Alessandra si chiuse la porta alle spalle, passò a prendere le bambine a scuola e partì per il week end a casa dei suoi, in Abruzzo. Ludo e Angelica erano felici, sarebbero state un po’ con i nonni. Avrebbero rivisto il mare.

Ci Penso e ti faccio sapere

«Domani parto per un corso ma vorrei passare prima da te così parliamo un po’». Al telefono era Stefano. La voce era spenta, accorata.

Quando arrivò a casa di Alessandra a Pescara aveva gli occhi lucidi.

Non riusciva a tenerli fermi un secondo.

Non gli uscivano le parole.

«Ti chiedo scusa per averti detto quelle cose l’altro giorno. Sai, sono cose che si dicono nei momenti di rabbia».

«Mi hai cacciato fuori di casa. Sono dovuta venire in Abruzzo con le bambine. Spiegami cos’hai, fammi capire cosa sta succedendo», rispose lei ancora incredula.

«Sai, volevo dirti che sono stato io a dire ad Alberto che a chiunque gli chiedesse qualcosa sulla marmellata doveva dire che non me l’aveva regalata lui», si giustificò Stefano.

Dalla finestra, implacabili raggi di sole si schiantavano sul suo viso. Quel giorno i suoi occhi erano ancora più neri. Sarebbero potuti sembrare belli a chi non li conosceva ma ad Alessandra avevano iniziato a dare fastidio. Erano lo specchio di un animo perso.

Di una persona che continuava a vivere la sua vita sempre facendo finta di essere qualcun’altro.

Quell’uomo davanti a lei, che in quel momento di uomo le sembrava avesse davvero molto poco, era malato. E ormai le era chiaro.

Stefano aveva gettato nel cesso, tirando inconsapevolmente la catenella, quella che invece sarebbe potuta essere, finalmente, la sua cura. Quegli occhi davanti ai suoi tremavano e non riuscivano a fermarsi. Guardavano ma non vedevano nulla.

Dentro a quella persona continuava ad esserci solo un grande amore per sé. C’era solo un “io” smisurato e nulla più.

«Ti prego Stefano. Preserva quel minimo di dignità, anzi, di pudore, che ti è rimasto. Non parlare più della marmellata. Questa storia è diventata ridicola. A me dispiace più di tutto che ci sono di mezzo i bambini. I nostri bimbi si vogliono bene. Abbiamo ferito delle persone per stare insieme. Mi avevi detto che mi amavi».

«Ora parto, in questi giorni avrò la possibilità di stare solo. Di pensarci. Ma perché se i figli delle coppie separate si conoscono poi non ci si può lasciare più?», le chiese con aria curiosa, come se le stesse chiedendo a che ora giocava la Juve quella sera.

«Ma cosa stai dicendo? Ma ti rendi conto della gravità di quello che dici? Ricordati solo una cosa Stefano. Quando ti chiuderai quella porta alle spalle non mi vedrai più. Di me non saprai più nulla. Io sparirò», rispose delusa e amareggiata Alessandra.

Stefano andò via.

Me l’ha regalata una Ragazza ma ci sono stato una Volta Sola

Il week end era quasi finito. Alessandra aveva detto alle bambine che sarebbero rimaste dai nonni qualche altro giorno. A loro avrebbe dovuto spiegare che la scuola non l’avrebbero più frequentata in Molise ma che sarebbero tornate in Abruzzo. Non sapeva come fare. Ma le sue bimbe erano due prodigi. Avrebbero capito. Anche questa volta.

Stava girando la minestra. Il caldo dei fornelli quel giorno le stava dando fastidio più del solito. Il trillo del telefono, un sms. “Mi manchi. Ti amo. Scusa”.

Incredibile, davvero incredibile. Stefano erano mesi, anzi no, anni, che non le diceva più ti amo. E ora?

Alessandra sapeva che ora bisognava scegliere. Scegliere se sapere davvero tutta la verità o fare finta di niente e perdonare di nuovo Stefano per la sua infinita superficialità.

Per non aver avuto, ancora una volta, la sensibilità di capire quanto la mediocrità in cui erano sprofondati i suoi sentimenti potesse ferire la persona che invece nonostante tutto continuava ad amarlo, che continuava negli anni a prendersi cura di lui, che con il suo desiderio lo nutriva.

A mezzanotte la telefonata.

Stefano: «Io ora ho capito che ti amo e che voglio stare con te».

«No Stefano. Adesso non accetto questo. Io mi sono accorta di una cosa essenziale. Davvero mi hai sottovalutata. Proprio tu! Che mi avevi scelto proprio per quello che ero, una “furia”, così come mi chiamavano i miei amici ai tempi dell’Università. Come puoi continuare anche solo a pensare che io non abbia capito. Non dirmi che mi ami. Sei pronto a dirmi chi ti ha regalato la marmellata?».

«Me l’ha regalata una ragazza. Ci sono uscito, ci ho fatto sesso. A casa sua. Ma ci sono andato una volta sola».

«Stefano quindi tu sei andato a letto con una che non conoscevi, a casa sua, e sei uscito con una cassetta di marmellata e barattolo per barattolo te la sei messa bella e allineata in dispensa? Tu pensi davvero che io possa credere a questo?».

«Ma io ti amo, io voglio stare con te. Avevo anche pensato di lasciarti per stare con lei ma poi ho pensato… Ma tanto io dove vado? E poi io non faccio altro che pensare a te. Io voglio condividere le mie cose con te».

«No Stefano. Tu non starai più con me. Tu non avrai più in dono quella fiamma che brucia qui, dentro me. Nonostante tutto. Nonostante tutto il fardello che mi porto dietro, di una vita che finora con me è stata ben poco generosa.

Tu non la vedrai mai più. Come quando incrociavi i miei occhi mentre entravi dentro di me e mi guardavi negli occhi, alla ricerca assetata della mia anima.

Io non lo voglio più quello che tu credi sia amore ma che in realtà non lo è. Perché tu non sai cosa sia l’amore. Stefano l’amore è una cosa così semplice.

Quando ami una persona lo sai e basta, non serve capirlo dopo essere andato a fare sesso con un’altra, mentre la tua donna è a casa sola ad aspettare te. In pena perché pensa che tu sei fuori, nel buio della notte, a combattere contro il male.

Quando un uomo, un vero uomo, ama la sua donna se ne prende cura, la protegge, le resta al fianco e la guida nel mondo. Non la mette in difficoltà né tanto meno la umilia agli occhi degli altri.

Io nella vita ho avuto un uomo che mi ha lasciato andare via. Che mi ha lasciato scegliere di amare un’altra persona. Forse è davvero quello il vero amore.

Sai, l’amore ti rende bello. Vedi tu con me come sei diventato bello? Sei bello come un attore. Tu però ci sei dovuto diventare. Non lo eri.

Tu hai fatto tua, la mia di bellezza. Te ne sei nutrito, come una zecca, ingrata, per sua natura.

Io mi odio per essermi concessa a te, per averti scelto, per averti portato nella mia vita e in quella delle mie figlie.

Vai pure, ti lascio libero nel tuo mondo, vai, continua a viverti tutti i “friccicolii” delle tue continue nuove storie. Vai e fai sesso con chi vuoi, quando vuoi.

Respira tutte le donne che vuoi e che si concederanno a te pazze per quello che tu sceglierai di sembrare ancora una volta. Cambia pure copione e concediti il divertimento di una nuova parte!

Sono certa che prima o poi per te arriverà anche quella donna che il giorno dopo ti dirà che non sei stato abbastanza.

Che non sei stato come credevi di essere capace tu. Anzi come ti ho fatto credere io di essere per tanto tempo. Davvero per troppo tempo.

Continua pure ad essere il ragno che tesse instabili tele dove intrappolare deboli e incerte vittime.

Cerca quantomeno di essere più arguto però.

Alle tue giovani e inesperte amiche, quando si congedano da te, insegna a non lasciarti sulle guance il rossetto a stampo di tracagnotta di periferia.

Impara a non lasciare più patatine e biscottini sul tavolo dopo una serata finita col sesso sul divano. Uscirtene che hai dovuto prestare la casa al tuo collega fa un po’ ridere, se poi il giorno dopo a letto con la tua donna non ce la fai.

Sai, succede anche ai piselli d’oro, succede.

E ti sarai già accorto che non ci puoi fare proprio niente. Perché tanti orgasmi, degni di uno sfogo da diciassettenne eccitato, poi difficilmente ti fanno brillare davanti a una donna che è lì, davanti a te, perché ti ama davvero e che ogni giorno te lo dimostra.

Anche infilandoti nella tasca dei pantaloni 50 euro per farsi pagare una pizza per non pesarti troppo.

Chissà, forse è arrivato il momento che tu riesca finalmente a capire la differenza.

Io per te rimarrò per sempre la preda che è riuscita a liberarsi. Che è caduta dalla tua rete gettandosi nel buio. Ma tu non saprai mai dove è andata a finire. E dove ha trovato la luce che l’ha riportata su».

Il Caos

Vento. Forte. Terapia. Vino rosso. Montagna. Passeggiate. Cane. Vasca da bagno. Panico. Aiuto. Male. Dolore. Cibo. Mal di pancia. Mal di testa. Vomito. Psicologo. Corsa. Sonno. Pasticche. Sto male. Viaggi. Soldi. Spese. Fa’ male la testa. Lavoro. Amiche. Tradimenti. Ansia. Dottore aiutami. È colpa di tuo padre. È colpa di tua madre. Struttura. Manca la struttura. Sesso. Amore. Sguardi. Musica. Ballo. Stress. Rabbia. Angoscia. Gridare. Figlie. Scuola. Palestra. Paura. Sono brutta. Insicurezza. Vertigini. Lacrime. Mani sudate. Non c’è più il luogo sicuro. Tremo. Dov’è il mio luogo sicuro? Buio. Nero. Non c’è luce.

Foto. Flash. Eccoti. Sei tu.

#TORNAQUI

Là dove soffia il Mistral

«Mamma ti ricordi quando vivevamo in Molise?».

«E tu Ludo lo ricordi? Qualche volta dobbiamo tornare a trovare i nostri amici. Ti ricordi che buoni quei ravioli al cacio cavallo?».

«E certo che me li ricordo. Non ho mai più mangiato ravioli tanto buoni. Sai, mamma, non te l’ho mai raccontato ma in Molise ci ho lasciato un pezzo di cuore».

Alessandra si tolse il cappello dalla faccia. Amava prendere il sole a ora di pranzo. Qualche volta riusciva a prendersi una pausa dal suo farneticante lavoro e raggiungeva Ludovica che con suo marito aveva aperto un hotel a due passi dal mare. Sulla spiaggia non c’era nessuno a quell’ora e nessuno poteva rubarle nemmeno un raggio di luce. Il sole era solo suo e lei gli si concedeva senza veli.

«Devo preoccuparmi? Tua sorella poco fa al telefono mi ha detto che sta partendo per Siviglia con il suo nuovo fidanzato. Non ho ben capito dove staranno ma era strabordante di gioia. Dice che lo ama. Poverino, chissà a quale aeroporto lo lascerà questo. Dai su… Scherzo. Cos’è che hai lasciato in Molise?».

«Avevo un ragazzo a scuola, si chiamava Mauro, era nella mia classe».

«Eri innamorata di lui? L’hai lasciato per colpa mia? Perché siamo tornate in Abruzzo? Ci sei stata male?».

«Ma che dici mamma? Sei pazza? Quante domande. Che ansia! Era solo per dirti che a lui un giorno lasciai quel portachiavi che mi regalasti poco prima di partire per casa dei nonni. Era a forma di cuore».

«E allora tocca andare a riprenderselo! Prenota il volo che domani si torna in Italia e si va subito a recuperare il nostro portachiavi!». Solo per un secondo le onde del mare mosse dal Mistral fecero più rumore del suono della loro fragorosa risata.

«Devo tornare da Vincent mamma, ci vediamo nei prossimi giorni… Ti prego, cerca di fare la brava!». Ludovica prese dalla borsetta le chiavi dell’appartamento che aveva nel suo hotel. Il portachiavi aveva il logo del brand lanciato dalla madre quando era ancora una ragazzina. Un barattolino di marmellata stilizzato con su disegnato un cuore con le corna.

«Amore mio, prima di andare via dimmi una cosa. Sei felice?».

«Mamma. Per tutta la vita mi sono chiesta dove ci avrebbero portato le tue incontenibili e un po’ pazze idee. L’unica cosa che sin da piccola ho sempre saputo è che comunque sarebbe valsa la pena camminare al tuo fianco per scoprirlo. Ne hai sempre saputa una più del diavolo.

Tanto che sei riuscita a farci piacere pure le corna!

Non ti basta sapere questo?».