Quando penso alla bellezza di una donna, alla sua passione, ai sentimenti di cui si arricchisce giorno dopo giorno penso a lei: La Scarpetta di Venere. È un’orchidea. La prima volta che l’ho vista, in un negozio a Roma, me ne sono innamorata.

L’orchidea è il fiore nazionale del mio Paese, il Venezuela. Una parte di me, della mia anima, insieme a quella della mia famiglia, vivrà sempre lì. Anzi, “resisterà” sempre lì, proprio come fanno le orchidee, che nascono sull’arco alpino, qui, in particolare, nell’Appennino Abruzzese.

Mariella D’Ovidio ha 52 anni. Difficile dire se è più italiana o venezuelana. Chi vive al sole del Sudamerica anche se figlio di emigrati italiani, quando torna alla “base di partenza” la luce se la porta dietro con sé. La luce e il calore di quelle terre. Oggi martoriate dalla guerra civile, da cui il popolo con il cuore squarciato è costretto a scappare.

Insieme a sua sorella Enzatina è la proprietaria di Doviflor, negozio di fiori che si occupa anche di arredi nelle cerimonie e agli eventi in generale.

Nino, il padre, emigrò da Celano, in provincia dell’Aquila, in Venezuela, che era giovanissimo, era poco più di un ragazzo. «Era un tecnico, si occupava di illuminazioni sulle vie e sulle autostrade. La sua è la storia di tanti emigranti abruzzesi, italiani», racconta. «Se dovessi trovare un collegamento tra il mio negozio di oggi e il mio passato, la mia infanzia in particolare, mi vengono in mente quelle stanze di casa addobbate da mamma il giorno di Natale. In Venezuela, la nostra casa per le feste natalizie diventava come un set cinematografico, tanto era bella. Ogni cosa era al posto. Sui tavoli comparivano i centrotavola di fiori, c’erano addobbi sulle scale, sul portone principale. Mamma amava avere cura di ogni dettaglio, arrivava addirittura a spostare la posizione ai mobili per lasciare più spazio ai suoi addobbi, soprattutto quelli di fiori. Sapevamo ogni anno, che quando cominciava a lavorarci, stava per avvicinarsi la festa!».

«Mia madre si chiamava Cecilia. Abitava alla via Dell’Aquila, a Celano. Quando le portarono mio padre, per farglielo conoscere, le vicine di casa cercarono di farla desistere. Aveva 20 anni. Sedici anni di differenza con mio padre. Mia madre lo volle, accettò la sua proposta e diventarono marito e moglie», va avanti, «mamma ci raccontava sempre che qualche vicina, che i suoi pensieri non riusciva proprio a tenerseli per sé, una volta le disse: “Lassije pèrde quije: é vécchie pe’ti. Pó’ quand’é più vécchie c’adà cagna’ i pannolóne! (Lascialo perdere quello che poi quando è vecchio gli devi cambiare il pannolone)».

«Poi invece vedi come la vita è strana a volte?», dice, «nonostante fosse molto più giovane di lui mia madre se n’è andata molto prima di mio padre. E durante la sua lunga malattia è stato lui a prendersi cura di lei. L’ha amata, fino alla fine. È stato un grande amore, un amore di altri tempi, diremmo sicuramente oggi».

«Era mamma che ogni volta che passavamo davanti alla terra che avevamo qui a Borgo Sardellino, proprio sotto al cimitero di Celano, ci diceva: “Qui dovete aprire un negozio di fiori! Sempre, ce lo ha sempre detto», prosegue, «noi ci abbiamo messo diversi anni ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Lei però non ha fatto in tempo a vederlo. È stata dura, perché spesso in Italia se si inciampa nelle carte della burocrazia è difficile uscirne. Noi alla fine, con la collaborazione delle due amministrazioni comunali che ci hanno aiutato, sostenendo il progetto che comunque avrebbe riqualificato l’intera area, siamo riuscite ad aprire Doviflor. Il nome viene dal nostro cognome, D’Ovidio».

«Io nella vita ho fatto diversi lavori, da quello al sindacato, passando per il settore amministrativo di enti pubblici e privati fino alla comunicazione politica. Mia sorella per anni è stata un’operaia, anche se ha sempre avuto uno spirito creativo, venendo dagli studi all’istituto d’arte. Ad oggi ci avvaliamo di una collaboratrice che da anni è nel settore. Abbiamo scelto di provarci», dice D’Ovidio, mentre intanto si muove nel negozio alla ricerca della sua orchidea più bella da mostrare in un simpatico scatto fotografico, «abbiamo investito in un’attività imprenditoriale tutta nostra. Sicuramente a mancarci non è la passione».

Doviflor non è solo fiori. Ci sono anche ceramiche che provengono dalla costiera amalfitana, mosaici, candele per la casa prodotte artigianalmente e oggettistica.

«Sin da quando ero più giovane ho sempre avuto una passione per le riviste», ricorda, «in Venezuela leggevo ogni settimana un cartaceo che si chiamava “Tú”. Aveva un inserto di una decina di pagine dedicato alle storie delle persone, soprattutto delle donne. Erano loro che inviavano i racconti al giornale. C’erano poi le risposte della redazione. A volte rispondeva l’esperto di moda, a volte un cantante, altre uno psicologo. Si parlava di tante cose, da come deve truccarsi una sedicenne, a come assemblare un fiore di carta, fino a come comportarsi dopo la scoperta di un tradimento. Questo blog mi ci fa pensare molto. Quando mi trasferii definitivamente in Italia, tra il 1984, ’85, una mia amica me lo mandava a casa via posta. Una volta al mese, ricevevo una busta con le quattro uscite del mese. Che bei ricordi!» .

«Quando però penso alla donna penso a lei», conclude mostrando “La Scarpetta di Venere” (il suo nome scientifico è Cypripedium calceolus), «le donne sono resistenti e sono resilienti. Non si arrendono, resistono e quando vogliono e fioriscono lasciano tutti senza fiato. Proprio come questo fiore dai colori straordinari. La sua fiorita nel sottobosco del nostro Appennino è così evidente e prorompente. È un fiore carico di erotismo, ci vedo la passione. Proprio come quella delle donne. Di quelle che rinascono dopo aver sofferto per un tradimento e perché no? Anche di quelle che usano la seduzione come loro arma. Perché è così che amo immaginare le donne: piene di vita, di colori e di passioni e soprattutto senza alcuna paura, mai!».